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Il Ponte nasce, alleluia! O no? Un articolo di Enrico Martini

Dicembre 7, 2009

stretto di Messina


L’argomento è di assoluta attualità: i lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina dovrebbero iniziare il 23 dicembre, antivigilia di Natale, con l’apertura dei primi cantieri (giusto per poter dire: “Visto che bravi? Siamo partiti entro l’anno”).
Vediamo di ritornare sull’argomento (l’ho già trattato in passato sulle pagine del Notiziario di Pro Natura Genova) e di approfondire il tema, pur nella consapevolezza che nessuno può acquisire una documentazione preliminare esaustiva sugli eventi parossistici verificatisi nell’area in un passato remoto e sulle implicazioni ambientali di un’opera del genere.
L’idea di collegare la Sicilia con la Calabria tramite un ponte è antichissima, risalendo all’epoca degli antichi Romani. Plinio il Vecchio, nel 251 a.C., scrisse di un ponte di barche e di botti, che il console Lucio Cecilio Metello voleva realizzare per trasbordare dalla Sicilia 140 elefanti catturati ai Cartaginesi.
La larghezza dello Stretto di Messina varia da un massimo di 16 km ad un minimo di 3 (tra Capo Peloro, in Sicilia, e Torre Cavallo, in Calabria), ed è qui, ovviamente, che dovrebbe essere costruito il ponte.
Il progetto: la lunghezza complessiva dell’opera è prevista in 3666 metri, con una campata centrale di 3300 metri e due piloni alti 398 metri, 22 sotto terra e 376 sopra il livello del mare. Il peso del ponte supererebbe le 200.000 tonnellate. La carreggiata avrebbe un’ampiezza di 60 metri ed ospiterebbe 6 corsie automobilistiche e 4 binari ferroviari (!), posti ad oltre 70 metri di altezza sul livello del mare. Durante il transito contemporaneo di 4 treni, le oscillazioni verticali del ponte raggiungerebbero 22 metri. Il ponte sarebbe realizzato in acciaio, ovviamente con parti accessorie in cemento armato e asfalto. L’impalcato del ponte sarebbe sorretto da quattro cavi di acciaio dello spessore di 124 centimetri, lunghi 5300 metri.
Ebbene, è inutile nascondersi dietro a un dito: la situazione ambientale di partenza è nettamente sfavorevole alla costruzione di un ponte, quale che sia il suo progetto (un ponte a più arcate sarebbe ancora peggio, per quello che cela il fondo marino nelle sue viscere, come ora vedremo).
Lo Stretto di Messina è nato dalla collisione della placca africana contro quella europea e dalla conseguente creazione di un sistema di faglie. Ricordo che definiamo faglia una frattura della crosta terrestre che ha comportato la dislocazione delle parti fratturate: una si sposta rispetto all’altra e le due metà non risultano più adiacenti. Il sistema di faglie dello stretto si sta ancora evolvendo, dato che la collisione tra Africa ed Europa è tuttora in atto. Non è un caso che sul fondo del Mar Tirreno esistano almeno 18 vulcani attivi (tre dei quali, Magnaghi, Vavilov e Marsili, hanno dimensioni inferiori a quelle del solo Etna); insieme al vulcanismo dello stesso Etna, di Stromboli e di Vulcano, sono la testimonianza degli effetti della pressione esercitata dall’Africa contro l’Europa, azione che porta a compressione e spremitura verso l’alto di magmi profondi. E che questa compressione dati da tempi antichissimi è dimostrato dall’esistenza, a sud della piana di Catania, di un sistema di colline che rappresenta quanto rimane di un edificio vulcanico, ormai smantellato dall’erosione, la cui base è più estesa di quella dello stesso Etna.
Per effetto della collisione Africa-Europa lo Stretto è zona ad alta sismicità. Lo testimonia il disastroso terremoto del 28 dicembre 1908 che, in 37 secondi, distrusse le città di Messina e Reggio Calabria, ripetendo un disastro precedente, verificatosi a partire dal 5 febbraio 1783 e perdurato, con pochi intervalli di quiete, fino al 28 marzo dello stesso anno; tra il 5 e il 7 febbraio si verificarono ben 951 scosse; nell’ambito dello sciame sismico si svilupparono, in realtà, 5 forti terremoti nettamente individuabili. L’epicentro del sisma fu sull’Aspromonte ma i danni furono gravissimi in un vasto territorio, interessando anche le coste e determinando la distruzione della Reggio Calabria di allora; i morti ammontarono ad oltre 50.000 mentre per l’evento più recente e famoso le cifre dei decessi oscillarono tra 90.000 e 120.000 (si verificò pure un disastroso maremoto).
A partire dai tempi storici, ben otto furono i terremoti di magnitudo probabilmente superiore a 6 che si verificarono in questi luoghi.
A mio giudizio in un posto simile la megalomania, la supina piaggeria, l’ignoranza, la superficialità, l’interesse economico di numerosi furbi e di vari delinquenti locali attratti dalle immense somme di denaro che un’opera del genere inevitabilmente movimenta e destina, vogliono portare alla costruzione di un’immane cattedrale laica dedicata “all’operosità umana e italica in particolare”: una cattedrale che definire “assurda” è, a mio parere, riduttivo.

modello digitale del terreno della Calabria meridionale

Primo punto controverso (mi verrebbe da dire “prima bugia” e così per i seguenti, ma abbiamo l’obbligo morale di tutelare il nostro Direttore responsabile): “L’opera è benefica in quanto permetterà di ridurre l’inquinamento ambientale nello Stretto di Messina, oggi elevatissimo a causa del via vai dei traghetti; inoltre il suo impatto sarà modestissimo sulla fauna e sulla flora”. In realtà l’inquinamento causato dai traghetti c’è ma non è grave, come ho potuto constatare più volte di persona, attraversando lo Stretto, e comunque viene stemperato su vastissime superfici, lontano dalle coste, perché disperso da forti correnti marine e da venti impetuosi e frequenti. E poi vogliamo considerare che per la realizzazione del ponte e strutture adiacenti dovranno essere prodotte centinaia di migliaia di tonnellate di acciaio, cemento e asfalto? Che dovranno operare per anni centinaia di macchinari e di mezzi mobili, con enorme consumo di ossigeno, enorme liberazione di gas di scarico e di anidride carbonica? Che dovrà essere consumata una quantità elevatissima di energia elettrica? Che dovranno essere aperte varie nuove cave (dove? quale inquinamento produrranno sui terreni a valle? quali problemi futuri di carattere idrologico-geologico? quali ferite per il paesaggio?). Vogliamo considerare che dovrà essere reperita e consumata una quantità inimmaginabile di acqua sia per produrre l’acciaio sia per ottenere cemento dalla sabbia (dove la prenderà quest’acqua la Sicilia, visto che da ben oltre un millennio è assetata e che già oggi, in determinati luoghi, navi cisterna la importano dalla Tunisia?). Il Ponte, infine, potrebbe provocare un’ecatombe di uccelli migratori, in transito durante le ore notturne lungo lo Stretto che, non dimentichiamolo, è una delle principali rotte seguite dai volatili nel loro doppio viaggio primaverile/autunnale Europa/Africa. Il progetto, a mio avviso, rimane mal definito su molti, troppi punti essenziali. Di certo verrà prodotto un inquinamento ambientale enormemente superiore a quello dei traghetti: anche i veicoli in transito sul ponte vi contribuiranno; oggi, trasportati passivamente dai natanti, i loro motori rimangono spenti e silenti.

Secondo punto controverso: “La costruzione del ponte porterà benefìci per il commercio, gli spostamenti locali, il turismo”. L’opera, da sola, migliorerà ben poco la situazione dato che strade e ferrovie calabresi e siciliane alle due estremità del Ponte sono pessime. Non serve valicare in fretta lo Stretto se prima e dopo sei limitato da infrastrutture inadeguate al limite della penosità. Sono stati previsti lavori di ammodernamento dei raccordi stradali e ferroviari in corrispondenza delle immediate adiacenze del ponte (il cui costo, che non rientra nella cifra prevista per costruire l’opera, supererebbe 300 milioni di euro): quando li vedremo realizzati e completati, con questi chiari di luna e con la corsia preferenziale riservata al ponte? E più in là? Lontano dal ponte nulla mi risulta sia stato previsto.
Sono convinto che le stime di crescita dell’economia calabro-sicula e il volume dei traffici negli anni futuri siano stati gonfiati per portare acqua al mulino della costruzione del ponte e, in ogni caso, che appaiano esagerati e non aggiornati in rapporto alla crisi che si è verificata nel mondo, e in particolare in Italia. Dovrebbe essere chiaro a tutti che solo sotto Ferragosto, per poche ore al giorno e per un paio di settimane all’anno, quindi, avremmo bisogno di sei corsie per gli autoveicoli e quattro binari ferroviari, non certo 24 ore su 24 per 365 giorni: un’opera nettamente sovradimensionata rispetto alle reali esigenze della comunità nazionale e di quelle locali.

Sono pure convinto che, se certe merci devono viaggiare su gomma, costituirebbe un notevole risparmio per la comunità potenziare piuttosto il traffico via mare dai porti di Genova, Savona, Livorno e Napoli verso Palermo, anziché realizzare un’opera così problematica e faraonica.
Considerate infine lo stato complessivo delle ferrovie siciliane: la Messina-Palermo è in fase di raddoppio del binario da decenni, la Messina-Catania è ancora in massima misura a binario singolo, la Catania-Palermo via Caltanissetta fa pena (guardatevi i tempi di percorrenza su Trenitalia.com). Avete percorso il tronco autostradale Catania-Villafranca? Due corsie per parte, un tracciato pieno di curve, ricco di saliscendi, obiettivamente pericoloso, e i limiti di velocità si sprecano. Credete che a un siciliano importi tanto avere il ponte?
Quanto alle esigenze del turismo, oggi un trasferimento con i traghetti richiede da un’ora a un’ora e mezza. Finché alle estremità del ponte si estenderanno territori a percorribilità scadentissima per assenza di spazi, di strutture e di infrastrutture adeguate, avere un ponte del genere equivarrà a disporre di un Centro commerciale avveniristico, dotato di ogni ben di dio, immerso in una sterminata baraccopoli, o favela che dir si voglia. Io, semplice turista, avrei una fifa nera a transitare sul ponte e tirerei un respiro di sollievo quando fossi ormai giunto dall’altra parte. In realtà continuerei ad usare il traghetto: sarei più tranquillo e i prezzi scenderebbero per la concorrenza del ponte (a quanto ammonterebbe, invece, il pedaggio su quest’opera? Non distoglierà molti dal transitarvi?).

Terzo punto controverso: “L’atto stesso del costruire il ponte porterà benessere e vantaggi economici”. La Salerno-Reggio Calabria è in fase perenne di ammodernamento della sede stradale; vari settori furono posti sotto sequestro dalla Magistratura in quanto costruiti da ditte in odore di camorra, ndrangheta e mafia. Un tratto di oltre quaranta chilometri (da Cosenza a Spezzano Albanese) venne sottoposto ad un limite di velocità di 60 km orari in seguito a un provvedimento della Magistratura: secondo gli atti giudiziari i materiali utilizzati per la realizzazione dei manufatti e delle opere civili sarebbero di qualità scadente e non conformi ai capitolati d’appalto e determinerebbero rischi concreti per la viabilità. Questo a breve distanza dal futuro ponte. Quali altri settori della Salerno-Reggio Calabria risultano ufficialmente in regola solo perché non sono state esperite analoghe indagini? Sono fermamente convinto che la costruzione del ponte sullo Stretto sarebbe salutare per le finanze della criminalità organizzata, più che per quelle dei calabresi e dei siciliani.

Quarto punto controverso: “La costruzione del ponte è fortemente voluta dalle comunità locali”. Chiedete a un siciliano o a un calabrese se preferiscono il ponte oppure la costruzione di strade e vie ferrate finalmente adeguate alle esigenze attuali, oppure se, visti i recenti disastri idrologico-geologici, verificatisi, guarda caso, proprio nel Messinese, non preferirebbero che certi capitali venissero investiti nella messa in sicurezza e nella salvaguardia del territorio in cui vivono. Andate a chiederlo, in particolare, agli abitanti di Scaletta Zanclea, Giampilieri Superiore, Giampilieri Marina, Altolia, Molino, Santo Stefano di Briga, Briga Superiore, Pezzolo, Itala, che hanno ancora negli occhi la tragedia dei primi due giorni di ottobre di quest’anno.

Quinto punto controverso: “L’opera completa costerà 3900 milioni di euro”. A carico dello Stato andrebbe il 40% del totale (circa 1560 milioni di euro, oltre 30.205 miliardi di vecchie lire); il 60% sarebbe a carico di privati che, inevitabilmente, come è loro diritto, vorranno guadagnarci. La Comunità Europea aveva inserito l’opera tra le infrastrutture strategiche d’interesse comunitario, inserendola nel cosiddetto “Corridoio Berlino-Palermo” e destinando alla sua realizzazione un contributo di 800 milioni di euro circa; successivamente, però, avendo giudicato insoddisfacente lo studio d’impatto ambientale del progetto, ha cancellato l’opera dall’elenco di quelle d’interesse comunitario e negato il contributo. Non sarebbe il caso di meditare su un fatto del genere?
Siamo stati abituati a veder lievitare i costi di opere assai più modeste rispetto al ponte fino ad un valore 20 volte e più superiore a quello indicato in partenza. Pensiamo forse che questa faraonica struttura farà eccezione? Secondo me sarà destinata ad ingoiare una marea di altri milioni di euro, al grido di “Non possiamo lasciare incompiuta quest’opera. Butteremmo via tutto quanto speso finora. Veniamo quindi in soccorso ai privati”. Sì, con i soldi di chi paga tutte le imposte e tasse che deve!

Sesto punto controverso: “L’opera sarà completata in 5 anni e 10 mesi”. Giudizio lapidario del sottoscritto: per favore non offendete la mia intelligenza! Basteranno uno sciopero, una denuncia per il mancato rispetto della normativa in merito all’apertura di una cava finalizzata alla realizzazione dell’opera, una denuncia contro un’azienda coinvolta nei lavori che si scopra in odore di mafia o di ‘ndrangheta, il crac di un’azienda che si sia aggiudicata un singolo appalto, il rinvenimento di manufatti antichi in uno scavo, per allungare i tempi della realizzazione. Fino a quando?

Settimo punto controverso, il più grave: “Il ponte è tecnicamente fattibile e starà su”. Questo lo dice la plétora dei fautori dell’opera: a mio avviso o perché impegnati in un’opera adulatrice, o perché economicamente interessati al fatto che il ponte si faccia o perché comunque fiduciosi (ma quanto a ragion veduta?), o perché in buona fede ma ignoranti dei problemi.
Abbiamo già visto che il ponte insisterebbe su una zona sismica tra le più attive della Terra. I calcoli relativi alla sua struttura sono stati fatti tenendo conto dell’intensità che è stata stimata per il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908, valutata in 7,1 gradi di magnitudo. Non va bene! Ne parleremo tra breve. Coinvolto nella progettazione del ponte è stato un luminare, Sir William Brown, ma pure lui avrà dovuto appoggiarsi a consulenze altrui, specie in campo geognostico (mi preoccupa, in particolare la situazione del futuro pilastro che dovrà erigersi in territorio calabrese; ne parleremo tra breve).
Apro una parentesi. Noi italiani eravamo abituati a valutare i terremoti in base alla Scala Mercalli, i cui gradi, in un primo tempo 10, furono poi elevati a 12; si trattava di un metodo empirico, in buona misura soggettivo, basato sugli effetti provocati dai terremoti; voi però capite che un sisma causerà conseguenze ben diverse a seconda che si verifichi in un’area desertica, in una densamente popolata ma con casupole di pietre, o in una con edifici moderni in cemento armato. La Scala Mercalli, infine, non permetteva di misurare i terremoti che avvenivano sui fondali marini ed oceanici. Questa italica gloria venne opportunamente sostituita, a livello mondiale, con la Scala Richter, dal nome di un sismologo statunitense che la propose nel 1935 (impiegammo mezzo secolo ad accorgercene): quest’ultima è su base logaritmica e tende ad indicare la “magnitudo” di un terremoto, cioè l’energia meccanica che si sviluppa dall’ipocentro (il punto all’interno della crosta terrestre da cui parte il fenomeno); il mezzo per giungere ad identificare questo valore è dato dalla misurazione dell’ampiezza delle onde sismiche registrate dai sismografi. Oggi anch’essa appare superata: nel 1979 il sismologo Hiroo Kanamori la modernizzò proponendo una “Scala di magnitudo del momento sismico”, cui le attuali misurazioni fanno in genere riferimento.
Evitiamo di addentrarci in discorsi troppo tecnici e non stupiamoci di certi valori che tra un attimo vi citerò: ho appena scritto che l’energia sprigionata da un terremoto si esprime mediante una scala logaritmica e sono le formule a garantirci l’esattezza dei dati numerici (pur se a certi valori massimi o quasi le cifre cadono un po’ in difetto): limitiamoci a dire che un terremoto di magnitudo 2 non è avvertito dalle persone e corrisponde all’effetto derivante dallo scoppio di una tonnellata di tritolo esplosa alla distanza convenzionale di 100 km; uno di magnitudo 4 a quello di 1000 tonnellate di tritolo; uno di magnitudo 6 a quello di un milione di tonnellate di tritolo; uno di 8 a un miliardo di tonnellate; uno di 10 a 1000 miliardi di tonnellate (come vedete, ogni due unità si aumenta di un fattore pari a 1000). Per la cronaca il più potente terremoto che sia stato misurato colpì il Cile il 22 maggio 1960, con una magnitudo di 9,5 (pari a 178 miliardi di tonnellate di tritolo).
Un terremoto di magnitudo 7 (ne avvengono in media 18 all’anno), corrisponde all’esplosione di una bomba non più atomica ma all’idrogeno, di potenza pari a 31,6 milioni di tonnellate di tritolo; come abbiamo visto, è questa, più o meno, la magnitudo che è stata stimata per il terremoto di Messina del 1908. Una magnitudo di 7,5 corrisponde invece ad un’esplosione di potenza pari a 178 milioni di tonnellate di tritolo (tra un attimo vi spiegherò perché cito pure questo valore).
Torniamo al ponte sullo Stretto: quando i progettisti affermano che i calcoli sono stati fatti per permettere al ponte di resistere indenne ad un altro terremoto uguale a quello del 1908, – questo la gente non lo sa – si pongono su una posizione diversa rispetto a quella degli altri progettisti di ponti sospesi nel mondo: infatti per i ponti sospesi in zone sismiche si elaborano calcoli che tengono conto della possibilità che si verifichi un terremoto di magnitudo 0,6 maggiore del massimo terremoto avvenuto in passato nel luogo in cui deve sorgere il ponte: Questo per essere cautelativi: nessuno, infatti, ci garantisce che nella zona non si possa verificare in futuro un terremoto più distruttivo. Cautela ed aderenza a consuetudini internazionali avrebbero dovuto indurre i progettisti ad effettuare calcoli basati sull’ipotesi di un terremoto di magnitudo pari almeno a 7,5 gradi, ribadiamolo, corrispondente all’esplosione di una bomba all’idrogeno di potenza pari a 178 milioni di tonnellate di tritolo a 100 km, non di 31,6 come è stato fatto. Capite la furbizia e la nequizia di certi italici progetti? Un ponte simile sarebbe improponibile, tanto più se ci si ostinasse a fargli ospitare sei corsie e quattro binari; uno, invece, ideato sulla base di conteggi di comodo può essere definito realizzabile (in realtà non lo è comunque, per motivi che ora scriverò).
Anche non volendo enfatizzare la pressione della placca africana contro quella europea, in corso da decine di milioni di anni, e la conseguente presenza di un sistema di faglie attive, che ancora stanno triturando le rocce in profondità, e così pure i rischi di natura sismica derivanti dalla peculiarità di questa attivissima area, si tenga presente che:
a) La Sicilia e la Calabria si stanno allontanando, secondo alcune misurazioni, di poco meno di un centimetro l’anno.
b) Sulla costa calabrese sono ben visibili terrazzi marini assenti invece su quella siciliana; il fatto che simili strutture geomorfologiche, corrispondenti ad antichi fondi marini, siano oggi emerse, significa che la costa orientale dello Stretto s’innalza mentre quella occidentale si eleva in misura molto minore.
c) La porzione occidentale estrema della costa calabra, su cui dovrebbe sorgere il ponte, non è altro che un gigantesco pendio franoso, la cui base si trova sul fondo del mare ad una profondità mal precisabile per la presenza di uno spesso strato di sedimenti: potrebbe questa base sostenere indenne la massa di un pilone di 396 metri, a sua volta gravato da una massa di oltre 100.000 tonnellate, quella di metà ponte, tra cavi e impalcato)? Non rischierebbe di muoversi alla ricerca di un nuovo equilibrio? E se il fenomeno si verificasse a ponte ultimato quali conseguenze ne deriverebbero? Con quali probabilità di successo potrebbe giungere a termine una successiva opera di consolidamento una volta che il versante, completato il ponte, si fosse messo in movimento? Si tenga presente che la grande quantità di cemento impiegata per l’aeroporto di Osaka, costruito con criteri rigorosamente antisismici, ha portato ad una perdita di equilibrio dello zoccolo basale, con assestamenti che hanno creato non pochi problemi per la stabilizzazione del substrato: nulla, come masse in gioco, rispetto a quella del ponte sullo Stretto.
d) Gli spostamenti annualmente millimetrici della costa calabra rispetto a quella sicula sono destinati inevitabilmente a ripercuotersi, col tempo, sull’integrità del ponte che può rivelarsi, entro certi limiti, elastico in senso “alto-basso” ma entro limiti modestissimi nel senso dell’allungamento o dell’accorciamento. In occasione del disastroso terremoto di Kobe (17 gennaio 1995), per il quale venne misurata una magnitudo di 6,8, sul Ponte di Akashi-Kaikyō due piloni si allontanarono di un metro circa ma il ponte sopportò indenne questa sollecitazione. Sì, però, come vedremo tra breve, si trattava di una struttura avente una luce libera di 1991 metri e non di 3300, una struttura unicamente stradale, e non stradale e ferroviaria. Un’enormità come il ponte sullo Stretto come si comporterebbe in un caso del genere? A nessuno è dato di saperlo. E se Al Kaeda, inaugurato il ponte, decidesse di accanirsi contro di lui come si è accanita contro le Torri Gemelle? Doteremo il ponte di missili terra-aria?
e) L’alternanza di dilatazioni e contrazioni di una struttura così ciclopica per effetto del riscaldamento durante il giorno e del raffreddamento durante la notte, a mio giudizio è destinata ad interferire, nel tempo, con la solidità del ponte e ad incidere sulla durata dell’opera (ricordo che la copertura metallica della stazione ferroviaria di Milano Centrale, infinitamente minore, si allunga di circa un metro nelle calde giornate estive).
f) La corrosione dei metalli e delle leghe operata dalla salsedine spinta contro le strutture dai forti venti che interessano lo Stretto di Messina, a mio giudizio rappresenterà un ulteriore fattore di riduzione della durata dell’opera.
g) Alcuni fautori del ponte hanno affermato che la struttura rimarrà in piena efficienza addirittura per 200 anni (invece dei 50 previsti per tutte le altre opere del genere). A mio parere, per troppe persone è sufficiente mettere per iscritto un’affermazione perché questa diventi realtà, pur se non suffragata da dati di fatto.
h) Si afferma che un ponte del genere sarebbe in grado di resistere ad un sisma di magnitudo 7,1 della Scala Richter. Si trascura di considerare che l’opera ultimata – forse – potrebbe riuscirci, perché reagirebbe alle scosse come un tutto unico, in complessivo bilanciamento, certamente non sarebbero in grado di farlo le strutture in una fase intermedia di costruzione: tali manufatti crollerebbero miseramente, ove un simile evento si verificasse, con azzeramento – a livello di benefìci – di tutti i soldi spesi fino a quel momento.
Gli stessi confronti con opere analoghe oggi esistenti ci deve indurre ad un’attenta meditazione.
a) I due piloni del ponte sarebbero i più alti del mondo; oggi i più alti sono quelli del Ponte di Millau in Francia, con 341 metri (ben 57 di meno).
b) Il ponte avrebbe la maggiore luce libera, con 3300 metri. Oggi il primato appartiene al già citato Ponte di Akashi-Kaikyō, in Giappone, con 1991 metri (non 3300!): una struttura unicamente stradale, a tre corsie; l’iniziale previsto transito di treni è stato cancellato perché la lunga campata soffrirebbe di eccessive oscillazioni, per effetto del peso dei convogli abbinato alla presenza di vento trasversale (questo aspetto è stato definito “problema del galloping”. Ricordo che il “galloping” rientra nei fenomeni di aeroelasticità dinamica e consiste in un complesso di “oscillazioni galoppanti” presentate da tutti gli elementi strutturali che non siano circolari, se esposti ad un forte vento. Restereste tranquilli voi stando su un treno che può oscillare verticalmente fino a 22 metri e in più trasversalmente, non si sa di quanto, ad un’altezza sul mare di oltre 70 metri? L’incompatibilità tra ponti sospesi giganti e ferrovie è legata al fatto che i primi devono reagire elasticamente alle sollecitazioni, del vento come del transito dei convogli, mentre le rotaie sono rigide; se sul ponte i binari potrebbero, sempre entro certi limiti, oscillare, è nel punto di tensione tra le porzioni terminali fisse di strada ferrata (quelle sulla terraferma) e quelle sospese (sul ponte) che le presenze diventano mal conciliabili per un ponte di siffatte dimensioni e massa, anche se, sicuramente, saranno stati progettati giunti elastici estensibili di notevole potenza. D’altronde i giapponesi non sono affatto stupidi: se, pur avendolo previsto in un primo tempo, hanno poi abbandonato l’idea di far transitare convogli ferroviari sul Ponte di Akashi-Kaikyō, un manufatto assai meno faraonico del nostro, un motivo fondato vi sarà, no? Figuriamoci poi se, complice un forte terremoto, determinate oscillazioni portassero al deragliamento di un treno sul ponte. Vi raffigurate le conseguenze?
c) Il primato mondiale della maggiore luce libera centrale per un’opera ad un tempo stradale e ferroviaria appartiene al Ponte Tsing Ma, tra Hong Kong e il nuovo aeroporto, che ha una luce centrale di 1377 metri (non 3300!), piloni alti 206 metri (non 398!), sei corsie per gli autoveicoli e due soli binari ferroviari (non quattro!). Evidentemente progettisti e politici autoctoni fidano nel fattivo e continuativo intervento di Padre Pio, pardon San Pio, perché i treni (quattro, contemporaneamente!), transitino indenni, e per 200 anni!). Vi rendete conto dell’assurdità di simili affermazioni?
In definitiva la campata del ponte sullo Stretto supererebbe di ben il 65,74% la più lunga luce, solo stradale, mai realizzata finora, e di quasi il 140% quella più lunga per un ponte ad un tempo stradale e ferroviario. Assurdo! Assurdo! Assurdo!

Un quesito: è dovuto al caso il fatto che, presa visione del progetto, tutti i maggiori costruttori stranieri di ponti al mondo si siano ritirati dalla tenzone e siano rimaste solo due cordate d’imprese a larghissima maggioranza italiane? Ha vinto Eurolink che, sotto un nome esotico, nasconde Impregilo (45%), Sacyr, socia di Impregilo, (18,7%), Società Italiana per Condotte d’Acqua (15%), Cooperativa muratori e Cementisti (13%), più alcuni gruppi minori (per poco più dell’8%). Battuta la cordata guidata dal Gruppo Astaldi. Mi domando: a costoro ha fatto gola la realizzazione del ponte o non piuttosto la corresponsione, a titolo di anticipo, di una cifra che, ho letto, sarebbe pari al 20% del costo per lo Stato italiano?
Ha vinto Impregilo. Il 23 dicembre inizierà l’opera faraonica. Ciliegina sulla torta: su Internet abbiamo letto che proprio Impregilo ha edificato vari modernissimi palazzi in cemento armato all’Aquila i quali, in occasione del terremoto del 6 aprile scorso, sono venuti giù come se fossero stati costruiti con la carta igienica. Auguri di buon lavoro e figli maschi, con contorno di folle italiche oceaniche, plaudenti alla managerialità e lungimiranza di chi ci governa!

È il momento di concludere: almeno si fosse concepito un ponte con sole quattro corsie automobilistiche e nessun binario ferroviario (o, proprio al massimo, due). Invece no: la megalomania, l’italico orgoglio e il profumo dei soldi, a mio avviso, hanno prevalso. Nessuno mi toglie dalla testa l’idea che tanti soggetti, con i meccanismi messi in moto, hanno lucrato, lucrano e lucreranno una marea di soldi pubblici: la realizzazione dell’opera, da costoro, sarà vista solo come occasione di guadagno. L’interesse reale per la comunità? Che roba è?
Nell’assai variegato mondo dei fautori del ponte, a mio giudizio, megalomania, superficialità, velleitarismo, furbizia, spregiudicatezza, incoscienza, incompetenza, disonestà (di associazioni criminali locali), si sono messe insieme per promuovere un’opera nettamente sovradimensionata rispetto alle esigenze della nostra comunità, un’opera che va contro elementari esigenze di ben altra priorità, prima tra tutte quella di fare il possibile per mettere in sicurezza il territorio, riducendo le perdite di vite umane e i danni inferti da fenomeni che hanno ormai il carattere di vere e proprie tempeste tropicali e cicloni. Non per nulla è stato coniato il neologismo “Medicane”, da “Mediterranean hurricane”. A questo proposito il satellite meteorologico geostazionario che ci consente di prevedere il tempo sul nostro Paese ha già ripreso formazioni provviste di occhio e di movimento rotatorio in senso antiorario, con venti vorticosi ad oltre 100 km/h, specie sul Canale di Sicilia e nel Golfo Ligure: tempeste tropicali, appunto, e cicloni di livello 1.
Sul ponte ai posteri l’ardua sentenza. Ardua? A me sembra di elementare semplicità e prevedibilità. E non dite che si tratta dei soliti mugugni di un genovese, vecchiotto e bilioso.
[Questo articolo è stato scritto dal prof. Enrico Martini per il Notiziario di Pro Natura Genova (2009) ricorrendo a osservazioni personali e informazioni reperite in rete].

Il macchinista Dante De Angelis, licenziato dalle Ferrovie nel 2008, è stato reintegrato dal giudice del lavoro. Il ferroviere aveva denunciato pubblicamente la scarsa manutenzione e la condizione di pericolosità delle ferrovie. Un commento di Gianni Ursini

Ottobre 31, 2009

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Dante De Angelis


Il reintegro nel pieno diritto delle sue funzioni di macchinista del ferroviere Dante De Angelis è stato per me motivo di grande gioia. Secondo me Dante De Angelis è un vero eroe del nostro tempo. Egli è stato pure troppo buono con il suo datore di lavoro, quell’azienda ferroviaria che si chiami RFI oppure Trenitalia, non me ne frega niente, ormai privatizzata e cinicamente insensibile ed indifferente alle esigenze del trasporto pubblico. Vediamo un po’ di fatti, partendo da prima del disastro di Viareggio.
Vogliamo parlare di Crevalcore? Nel gennaio 2005, dopo il tragico incidente di Crevalcore tutti si erano meravigliati che la tratta Bologna-Verona fosse ancora a semplice binario. Come mai? Mancavano i soldi? Non è questo il punto. I soldi c’erano. Il fatto è che essi sono stati utilizzati per costruire centinaia di altre opere che poi si sono rivelate inutili. Prendiamo ad esempio la regione Friuli Venezia Giulia. Negli anni ’60 sono state costruite due enormi stazioni doganali a Pontebba e Villa Opicina, spendendo fior di miliardi di denaro pubblico. Oggi questi due giganteschi impianti risultano essere completamente deserti ed abbandonati. A Pontebba sono stati smantellati tutti i binari dell’enorme piazzale e spediti in fonderia, e tra poco tocca a Villa Opicina. Ma la linea ferroviaria Bologna–Verona intanto è rimasta a binario semplice.
Ci sono voluti quasi trent’anni con dei costi levitati spaventosamente per tradurre in realtà una galleria di circonvallazione a Trieste, ma la linea Bologna–Verona è rimasta e binario semplice.
Negli anni ’70 è stata costruita e poi abbandonata a metà una linea ferroviaria tra Redipuglia e Cormons. A Cervignano hanno fatto un altro scalo mega–galattico cementificando centinaia di ettari di terreno fertile. Detto scalo viene oggi utilizzato solo in piccola parte, ma intanto la linea Bologna–Verona è rimasta a binario semplice. E‘ stato realizzato perfino il raddoppio della ferrovia Pontebbana in condizioni difficilissime, in mezzo alle montagne, tra frane, smottamenti ed infiltrazioni d’acqua. Adesso sulla nuova linea Pontebbana transitano si e no due treni al giorno. Quasi tutto il traffico per l’Austria viaggia in autostrada. Ma il raddoppio della linea Bologna–Verona, che corre in mezzo alla pianura Padana e che non avrebbe presentato nessuna difficoltà di realizzazione, non è stato mai effettuato. Come mai? Questa è la “domanda dalle cento pistole“ come diceva una volta qualcuno. Il problema è che quello che è successo nella nostra regione si riproduce moltiplicato per mille nel resto del Paese. I fondi disponibili vengono continuamente dirottati verso delle opere inutili dove ci sono facili guadagni per le lobbies dei costruttori edili e delle ditte degli appalti. Le opere utili come il raddoppio della Bologna–Verona non interessano a nessuno. Meglio spararle grosse con immani progetti per l’ Alta Velocità oppure con quel famigerato obbrobrio conosciuto come il Mostro di Messina. E poi c’è il problema della sicurezza . Il metodo più sicuro per prevenire gli incidenti in una tratta spesso invasa dalla nebbia, sarebbe quello della ripetizione automatica dei segnali in cabina di guida. Ma sembra che tale marchingegno costi troppo, e perciò si è optato per il cosiddetto sistema dell’“uomo morto“, il quale consiste in un pedale che il macchinista deve tenere premuto ogni 55 secondi, altrimenti si ferma il treno. Il sistema funziona perfettamente. Infatti a Crevalcore sono morti tutti, macchinisti e capitreno, assieme a tanti altri passeggeri innocenti.
Le Ferrovie italiane non hanno mai avuto una vita facile: da parte di tutti i Governi, fin dal secondo dopoguerra, vi è stata la precisa volontà di affossarle e privilegiare il trasporto su gomma, per favorire gli interessi dei grossi capitalisti come Agnelli, Pirelli e Pesenti. Nonostante in ogni occasione tutti avessero convenuto che le ferrovie erano il mezzo più sicuro, meno inquinante e più conveniente dal punto di vista economico, il grosso dei finanziamenti pubblici è sempre stato assegnato alle autostrade, mentre il trasporto su rotaia si è dovuto accontentare di pochi spiccioli. Dopo la privatizzazione e la drastica riduzione del numero dei ferrovieri tramite prepensionamenti, gli sprechi ed i disservizi sono aumentati, ed i treni camminano molto peggio di prima. Per quanto riguarda la nostra regione, dopo l’eliminazione del Compartimento ferroviario di Trieste, tutti gli uffici dove si prendono le decisioni più importanti sono stati trasferiti altrove. La progressiva marginalizzazione di Trieste nel settore viaggiatori è un dato che nessuno può contestare. Sono più che dimezzati rispetto a vent’anni fa i convogli destinati all’estero ed alle città italiane più importanti. Grazie alla riduzione del personale delle pulizie la sporcizia domina nei vagoni, e quotidianamente avvengono fastidiosi guasti nei sistemi di sicurezza provocando giornalmente grandi e piccoli ritardi nella marcia dei treni, esasperando i viaggiatori che troppe volte danno la colpa di tutto ciò al personale ferroviario. Invece la colpa è soprattutto della cronica carenza di mezzi di trazione. Tutto questo dovrebbe dimostrare l’attuale inadeguatezza delle ferrovie italiane di fronte alla situazione attuale, e la necessità di un’inversione di tendenza rispetto alla privatizzazione selvaggia, seguendo l’esempio delle ferrovie britanniche. Ma sembra che l’attuale Ministro dei trasporti non abbia nessuna intenzione di seguire questa linea di condotta, e meno che mai l’attuale dirigenza delle ferrovie italiane composta da funzionari super pagati pavidi ed opportunisti. Ci sarebbe bisogno di migliaia di personaggi coraggiosi come Dante De Angelis, ed una volta nelle ferrovie italiane i lavoratori che sapevano farsi rispettare non mancavano. Ma dove sono finiti? (Gianni Ursini)

Trasporto pubblico gratuito nel centro di Zagabria

Ottobre 18, 2009
tram di Zagabria

tram di Zagabria


Per ridurre la circolazione di automobili in centro e la conseguente carenza di parcheggi, il comune di Zagabria (capitale della Croazia) e l’azienda di trasporto pubblico locale hanno deciso di rendere gratuito l’uso del trasporto pubblico all’interno di una ampia zona del centro, compresa tra la Stazione centrale, la piazza maresciallo Tito, la piazza Britannica, la piazza Kvaternik, la via Gršković e la piazza delle vittime del fascismo.
La parte del centro di Zagabria in cui il trasporto pubblico è gratuito

La parte del centro di Zagabria in cui il trasporto pubblico è gratuito

Fonte: segnalazione di Campaign for Free Public Transport, un’iniziativa inglese che vuole migliorare il trasporto pubblico e renderlo gratuito.

Nuovo libro sulla mobilità sostenibile e le alternative all’auto

Giugno 24, 2009
noauto

noauto

E’ uscita la traduzione italiana del libro di Marcel Robert col titolo “NoAuto. Per la fine della civiltà dell’automobile”, pubblicata da Asterios editore, Trieste, 2009, 108 p., 12,00 euro.
Per non aumentare i costi della stampa, le immagini a colori sono state rese accessibili sul sito: noauto.wordpress.com
Il libro è in distribuzione nelle librerie. In alternativa, può essere richiesto direttamente all’editore info@asterios.it che lo invierà contrassegno senza spese postali.

Fat, ugly, slow, expensive and dangerous … : pubblicato un nuovo studio sull’impatto del trasporto merci su strada

Febbraio 13, 2009
il nuovo camion della ditta Lago

il nuovo camion della ditta Lago


Una ditta italiana che produce mobili design di qualità, la ditta Lago della provincia di Padova, ha scritto sul suo novo camion per il trasporto dei mobili “DON’T BE LIKE ME. I’M FAT, UGLY, SLOW, EXPENSIVE AND DANGEROUS. USE BICYCLES OR PUBLIC TRANSPORT. PRESERVE YOUR LANDSPACE“. Si tratta solo di una trovata pubblicitaria o e’ un segnale in favore di nuovi stili di vita che – prima o poi – dovremo tutti impegnarci a realizzare? Le foto pubblicate su flickr ci fanno pensare alle possibilità d’azione da parte di imprenditori “illuminati”.
L’altra novità e’ la recentissima pubblicazione dello studio “Are trucks taking their toll? (Ma i camion pagano il loro pedaggio?) The environmental, safety and congestion impacts of lorries in the EU (L’impatto ambientale, di sicurezza e congestione dei camion nell’UE)”. Lo studio e’ opera del centro di ricerca specializzato CE Delft ed e’ stato commissionato da T&E, the European Federation for Transport and Environment.
Lo studio ha rilevato che i camion sono responsabili del 20% della congestione stradale nell’UE, pur rappresentando solo il 3% dei veicoli stradali. Per kilometro percorso, i camion sono responsabili del doppio delle morti causate in incidenti stradali dalle automobili. Dall’analisi delle tasse e imposte pagate dai camion risulta inoltre che esse coprono solo i costi infrastrutturali (circa il 50% del totale), ma non coprono i costi esterni (congestione, inquinamento dell’aria, rumore, incidenti). Per questi motivi T&E chiede che l’UE modifichi l’attuale normativa e che l’Eurovignetta copra anche i costi esterni.
quote percentuali dei costi causati dai camion nell'UE

quote percentuali dei costi causati dai camion nell'UE

Dalla caccia alle streghe (gli ambientalisti cattivi) a un clamoroso autogol: la strana vicenda dei “Costi del Non Fare”

Gennaio 27, 2009

Da qualche tempo (ma con un’accelerazione dopo le ultime elezioni) tutti i media italiani riportano la cifra di 251 miliardi di euro, che corrisponde al danno complessivo causato da tutti quelli che (ambientalisti, comitati, burocrati, …) tra il 2005 e il 2020 (!) stanno impedendo o hanno impedito la realizzazione di: centrali a carbone, centrali a gas, reti di trasmissione, terminali di rigassificazione, termovalorizzatori, impianti di compostaggio, tangenziali e autostrade, ferrovie ad alta velocità. Vediamo che dall’elenco mancano solo le centrali nucleari, forse perché si suppone che i tempi di realizzazione superino il 2020…
In particolare il settimanale Panorama ha dato ampio spazio a queste cifre, in un articolo di 9 pagine (!) uscito l’11 dicembre 2008, intitolato “La CASTA del NO. Blocca le grandi opere con i cortei, la burocrazia, i cavilli, le carte bollate. E’ il partito trasversale della paralisi: non risponde mai del suo ostruzionismo e ci costa ogni anno miliardi di euro. Ne fanno parte politici, comunità locali, no global, manager… “.
Una volta chiarito chi è il nemico dell’interesse pubblico, che sta creando per tutti un danno di “251 miliardi da oggi al 2020″, ci resta la curiosità di vedere chi ha effettuato questi calcoli, per cui nel 2005-2007 tante opere hanno dato grandi benefici (72 miliardi + 20 miliardi di euro) perchè sono state fatte, mentre se non fossero state fatte avremmo avuto un costo “del non fare” pari a 63 miliardi di euro.
L’ente che ha prodotto questi studi è un’azienda privata, Agici-Finanza d’Impresa, creatura del prof. Andrea Gilardoni, docente di Economia e gestione delle imprese alla Bocconi, che con un gruppo di collaboratori compila dal 2006 lo studio annuale intitolato “I costi del non fare”. L’Agici è anche editore della rivista specializzata “Management delle Utilities”; nel 2008 solo gli abbonati a questa rivista potevano richiedere la sintesi dello studio. (*)
Se tutto dipendesse dal prof. Gilardoni, non avremmo nessun mezzo per verificare la validità dei suoi calcoli, e – come “Panorama” e tutti gli altri media – dovremmo fidarci ciecamente della loro correttezza. Non potremmo però parlare di una valutazione scientifica, perchè la scienza è basata sulla possibilità di disporre dei dati di base di ogni studio o esperimento e di conoscere il metodo impiegato nella valutazione, in modo che ognuno possa rifare l’esperimento o il calcolo in questione.
Per fortuna, è accaduto che la Transpadana (comitato promotore della ferrovia ad alta velocità nell’Italia settentrionale) abbia commissionato ad Agici uno studio specifico sui costi del non fare relativo alla linea ferroviaria veloce Milano-Venezia (la cosiddetta Alta velocità / alta capacità).
Lo studio conferma la validità economica dell’investimento, per cui la Transpadana ha deciso di rendere pubblica una sintesi dello studio sul suo sito.
A questo punto un gruppo di ricercatori specializzati nei costi delle infrastrutture e nella valutazione costi-benefici, che fanno parte del Laboratorio TRASPOL del Politecnico di Milano, ha potuto esaminare lo studio, lo ha discusso in un seminario e lo ha brevemente analizzato sul sito di lavoce.info, esprimendo diverse critiche ed osservazioni.
La principale constatazione dell’ing. Raffaele Grimaldi e del prof. Marco Ponti è che l’Agici ha preso un grosso granchio nell’effettuare il calcolo dei benefici. Utilizzando uno studio del prof. Rémi Prud’Homme, economista francese molto critico nei confronti del progetto di alta velocità Lione-Torino proprio per la sua non convenienza economica, i ricercatori dell’Agici hanno valutato che “le voci più rilevanti di beneficio” del tratto Milano-Verona “sono costituite dal tempo risparmiato rispetto alla gomma”. L’economia di tempo sarebbe di 3.600.000 ore per i passeggeri e di 10.500.000 ore per le merci. “La valorizzazione, assunta in 30 €/h per il traffico affari, in 31 €/h per quello merci e in 10 €/h per il traffico per tempo libero, ammonta a 12,5 miliardi di €”. Ma – fanno notare Grimaldi e Ponti – Prud’Homme indica il valore del tempo per il trasporto merci in 31 €/h per l’intero carico di un camion, che è mediamente assunto in 15 tonnellate, il che porta al valore comunemente utilizzato in letteratura di 2,07 €/h per tonnellata, cioè un valore che è un quindicesimo di quello applicato dallo studio Agici!
Quindi, rifatti i calcoli, invece di un beneficio per il tempo risparmiato grazie alla ferrovia di 12 miliardi di € per il tratto Milano-Verona e di 21 miliardi di € per il tratto Verona-Padova, avremo un beneficio rispettivamente di 2,1 e 2,8 miliardi di €. Poiché si trattava proprio della “voce più importante” dei benefici, risulta che – corretto l’errore – i costi diventano ben maggiori dei benefici.
Il clamoroso errore commesso trasforma in positiva una valutazione economica in realtà del tutto negativa: un cattivo affare per Transpadana, che dovrebbe scegliere con più cura i suoi esperti, se, come sembra, non voleva limitarsi alla propaganda ma intendeva avvalersi di valutazioni scientifiche.
Finora né Agici, né il prof. Gilardoni hanno risposto alle osservazioni di Grimaldi e Ponti.
In assenza di repliche o diverse valutazioni, sembra ragionevole concludere che se anche gli altri studi sui “costi del non fare” (che però non sono pubblici) sono stati condotti con valutazioni errate o superficiali, tutta la caccia alle streghe contro i cattivi che bloccano le grandi opere perde parecchio della sua credibilità. A meno che questo “incidente di percorso” non porti anche gli imprenditori (e alla fine anche la pubblica amministrazione) alla necessaria imparzialità, trasparenza e scientificità delle valutazioni costi-benefici, insieme alla necessaria ampia partecipazione di cittadini, associazioni ed enti locali alle procedure di valutazione, strategica e non, sull’esempio dell’esperienza francese dell’”inchiesta pubblica”.
Resta poi viva una domanda basata sul buon senso prima che sulla valutazione scientifica: tutte le grandi o piccole opere proposte da un’impresa o da un politico sono veramente necessarie, e – soprattutto – con quale priorità devono essere realizzate, visto che in genere hanno bisogno di ingenti contributi pubblici (o per lo meno fanno grande uso di risorse pubbliche come aria, acqua, suolo, paesaggio …)?
Spetta agli esperti fornire gli elementi per poter valutare correttamente le priorità, ma spetta ai cittadini la decisione finale, con tutte le forme di partecipazione possibili (le grandi opere ferroviarie in Svizzera sono state approvate dai cittadini con ben tre referendum nazionali, uno sulla rete ferroviaria, uno sui tunnel alpini e uno sul finanziamento delle opere previste dai primi due).
Un’ultima osservazione: vista la qualità dell’informazione, forse “Panorama” non è tanto credibile …

(*) Un necessario aggiornamento: un recente articolo di Repubblica (26 gennaio 2009, Affari&Finanza) attribuisce la paternità dello studio sui “Costi del Non Fare” ad Alessandro Marangoni, “docente alla Bocconi nonche’ presidente di Althesys, società di consulenza strategica e finanziaria”. Dal sito di Althesis risulta che Marangoni “ha lasciato l’incarico di Amministratore Delegato di Agici Finanza d’Impresa, della quale e’ stato senior partner fin dall’avvio. Ha ideato e coordina l’Osservatorio sui Costi del Non Fare”. Mi sembra che la responsabilità del clamoroso errore sopra ricordato vada dunque equamente attribuita sia al prof. Gilardoni che al Marangoni (il cui nome, tra l’altro, non risulta sul sito della Bocconi). Restiamo in attesa di una loro risposta alla critica di lavoce.info (e, possibilmente, di una riflessione da parte di Transpadana sull’accaduto).

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Troppo caro il treno a levitazione magnetica in Baviera (Transrapid)

Marzo 29, 2008

Transrapid  Il governo tedesco considera definitivamente chiuso il progetto di ferrovia a levitazione magnetica (Transrapid) che avrebbe dovuto collegare la città di Monaco di Baviera all’aereoporto a una velocità di circa 300 km/h su una distanza di 37 chilometri, da percorrere in 10 minuti (invece dei 25 minuti necessari con la ferrovia urbana). Il ministro federale tedesco dei trasporti Wolfgang Tiefensee ha motivato questa decisione con l’aumento dei costi di costruzione, da una stima iniziale dello studio di fattibilità di 1,85 miliardi di Euro alla previsione attuale di 3 miliardi, cifra che il governo tedesco e il Land della Baviera non si possono permettere. L’accordo tra Land e governo per la realizzazione del progetto risale al 2007 ed era basato sulla stima del 2002. Rispetto alle motivazioni contrarie di carattere ambientale (uso del territorio, rumore) e di tipo trasportistico (maggiore utilità e minor costo di un miglioramento della rete ferroviaria attuale) avanzate dal comune di Monaco e dalle associazioni ambientaliste, è stato decisivo il fattore costo, del resto denunciato come enorme spreco di denaro pubblico da tutti i contrari al progetto, che stavano lanciando un referendum popolare. I sostenitori del progetto (il governo regionale bavarese e le industrie produttrici, Siemens e ThyssenKrupp) sottolineavano l’importanza degli investimenti e della nuova tecnologia ed avevano attivato siti e comitati in appoggio al Transrapid. E’ la seconda volta che la Germania rinuncia a sviluppare questa tecnologia, applicata finora solamente in Cina, poichè anche per collegare meglio Berlino e Amburgo si è preferito ristrutturare la linea ferroviaria esistente, con buoni risultati di maggiore velocità e minori costi infrastrutturali.

E’ finita la demenziale battaglia anti-tram a Firenze?

Febbraio 19, 2008

Tram Sirio a Milano in piazza Cordusio (ottobre 2004)  Sembra sconfitta la demenziale battaglia contro il progetto di nuova rete tranviaria a Firenze. Dato lo scarso numero dei votanti (39%) al recente referendum consultivo cittadino, nonostante una leggera prevalenza dei contrari (51,5%) al tram, il Comune potrà proseguire con i lavori, del resto in ritardo sui tempi inizialmente previsti. Questa tristissima vicenda (dopo la battaglia contro il tram a Padova, terminata col “compromesso” del “tram su gomma” Translohr) costituisce una conferma dello spaventoso ritardo culturale di (parte) della classe politica e dell’opinione pubblica italiana, compresi ambientalisti e uomini di cultura che evidentemente non hanno la più pallida idea dei problemi e delle soluzioni per una mobilità sostenibile in una città moderna. Mentre in tutto il mondo si verifica una vera e propria “rinascita del tram” e del cosiddetto “light rail“,  cioè del trasporto pubblico urbano e suburbano, a cominciare dalle tantissime città francesi, piccole e grandi, che lottano col governo per avere la loro rete tranviaria, passando per Olanda, Svizzera, Austria, Germania, Regno Unito, Spagna, Polonia, Svezia, Russia, fino agli Stati Uniti, dove sono sempre più numerosi i sistemi di “light rail” nelle loro varie forme. Il dubbio è: le personalità che si sono dichiarate contro il tram non hanno mai messo piede fuori da Firenze (nè all’estero – Berlino, Amsterdam, Vienna, Zurigo … – nè a Milano – dove il tram Sirio, previsto per Firenze, è attivo da anni)  o è la loro totale e completa malafede che vorrebbe approfittare dell’ignoranza dei cittadini e della cattiva informazione dei media? Nel bene e nel male, per i temi ambientali – come questo – la comunicazione è fondamentale. In una situazione di corretta informazione sarebbe possibile pubblicare una foto dei binari (da collocare a livello del piano stradale) definendoli “rotaie, pesanti, ingombranti come quelle che ci sono in una stazione ferroviaria” e dichiarare “Non vogliamo i treni in città!!!” ? Sarebbe possibile pubblicare una foto del tram Sirio dicendo “Ecco il “treno” ancora in fabbrica (speriamo che li’ rimanga per sempre!)“? Per fortuna questi signori non sanno cos’è il tram-treno (grande successo a Karlsruhe !) e non vogliamo confondere le loro menti, ma sorge una domanda: la lingua italiana (a Firenze!) ha ancora un significato? Sul sito ufficiale della tramvia fiorentina sono reperibili i progetti delle tre linee previste.

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La Commissione Europea pubblica un manuale per valutare i costi esterni dei trasporti

Gennaio 21, 2008

La Commissione Europea ha pubblicato un manuale per la valutazione dei costi esterni dei trasporti, commissionato ai migliori centri di ricerca specializzati, quali INFRAS, IWW, CE Delft ed altri, all’interno del progetto europeo IMPACT (Internalisation Measures and Policies for All external Cost of Transport). Il manuale  Handbook on estimation of external cost in the transport sector (336 pagine, formato PDF 4,38 MB) rappresenta lo stato dell’arte e le migliori pratiche nella valutazione dei costi esterni, è basato sugli studi fin qui svolti ed è stato sottoposto a review da parte di numerosi esperti. La Commissione intende avvalersi di questo manuale per preparare la sua comunicazione sull’internalizzazione dei costi esterni di tutti i modi di trasporto prevista per giugno 2008 e per una proposta di revisione della direttiva sulla tassazione dei camion, che si dimostra troppo limitativa di fronte ad iniziative molto più avanzate (vedi ad esempio la decisione del governo olandese di tassare in maniera proporzionale all’uso e all’inquinamento prodotto sia i camion che le automobili). Fonte: Comunicato stampa della Commissione Europea (in inglese, francese e tedesco.

Intervista all’economista Marco Ponti sugli investimenti sbagliati nelle grandi opere

Novembre 4, 2007

Sul sito di arcoiris.tv è possibile vedere o scaricare (22,7 MB) il video di un’intervista di Piero Ricca al prof. Marco Ponti, docente di economia dei trasporti, in cui spiega le ragioni economiche del suo netto dissenso sugli investimenti in linee ferroviarie ad alta velocità, e soprattutto sulla Lione-Torino.  Quello che colpisce delle ragionevoli osservazioni del prof. Ponti,  è che nessuno dei sostenitori delle grandi opere tra i politici e i giornalisti (“la politica del fare”, “senza TAV l’Italia è fuori dall’Europa” e simili)  si senta in dovere di rispondere alla constatazione che il maggior esempio del genere, il tunnel sotto la Manica, rappresenta un clamoroso fallimento dal punto di vista economico ed ha gravemente danneggiato chi lo ha finanziato. E’ vero quindi – come ci ricorda Ponti – che i favorevoli alla TAV puntano sul fatto che verranno spesi (e sprecati) solo ed esclusivamente fondi pubblici e che nessuno risponderà mai per questo cattivo uso delle risorse. Questo mentre si devono tagliare gli investimenti nella ricerca, nella scuola e nella sanità, e non vengono finanziati abbastanza gli interventi necessari e urgenti sulla rete ferroviaria e stradale esistente.
Fonte: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=8523&ext=_big.wmv   (ADSL Windows Media Player)
oppure: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=8523&ext=_big.ram  (ADSL Real Player)