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Grandi Opere: un lenzuolo per coprire le magagne italiche, di Sergio Bologna

agosto 29, 2018

PREFAZIONEDal sito Officina dei Saperi:

Cosa intende concretamente Piero Fassino quando dice che l’Italia resterà “isolata” se non si realizza la Torino-Lione? Che non mangeremo più camembert? Che per andare a Parigi dovremo passare da Londra? Oppure che ci mancheranno luce, acqua e gas? Non sto scherzando, vorrei che Fassino mi facesse un esempio concreto d’isolamento dell’Italia (o, se preferisce, dell’economia italiana) se il tunnel di base del Fréjus non venisse realizzato. Non è un politico qualunque Piero Fassino, è stato ministro, sindaco di una grande città, non può buttare parole al vento. Anche se il termine “isolamento” lo usasse come metafora o come iperbole, resta il fatto che è un’affermazione, in quel contesto, che fa dubitare della sanità mentale o dell’onestà intellettuale di chi la pronuncia.
Una “Grande Opera” ha senso solo quando “cambia la vita”, quando modifica in maniera sostanziale il sistema degli spostamenti con effetti sociali, economici, urbanistici, territoriali di vasta portata. L’allargamento del Canale di Suez, per esempio, è stato definito una “Grande Opera” ma i suoi effetti sul sistema degli scambi sono stati pari a zero. L’unica ragione per realizzarlo è stata quella di aumentare gli introiti dello stato egiziano ma anche questo obbiettivo è fallito: certe compagnie di navigazione preferivano circumnavigare l’Africa piuttosto che pagare dei pedaggi più cari e lo stato egiziano ha dovuto abbassare le tariffe e in certi casi dimezzarle per non avere un crollo degli attraversamenti. In compenso l’allargamento del Canale ha innescato un riscaldamento delle acque del Mediterraneo dalle conseguenza imprevedibili su uno degli ecosistemi più splendidi del pianeta. Bel risultato vero?

Vent’anni di (non) politica dei trasporti in Italia

Ho fatto parte del gruppo di esperti che ha elaborato il Piano generale dei Trasporti e della Logistica di questo paese, tra l’altro proprio nel periodo 1998-2001, dei governi Prodi, d’Alema e Amato, quando della compagine ministeriale faceva parte anche Piero Fassino. Avevo la responsabilità delle politiche per le merci e la logistica. Ricordo che non eravamo affatto convinti della necessità di costruire la Torino-Lione e diplomaticamente la definimmo un’opera “non prioritaria”. Quel Piano fu approvato dal CIPE e dal Parlamento con voto bipartisan. Ma vennero le elezioni, il Cavaliere, appena sceso in campo, vinse ed il suo Ministro delle Infrastrutture Lunardi prese il nostro Piano, lo buttò nel cestino e fece passare la famosa Legge Obbiettivo, che di Grandi Opere ne prevedeva parecchie ma non riuscì a realizzarne nessuna. Tornato Prodi al governo, il suo ministro Bianchi tentò un “Piano della mobilità” senza storia ed esito non dissimile ebbe il Piano della logistica del sottosegretario Giachino nell’ultimo governo Berlusconi. Fui chiamato ancora a dare una mano e fu il secondo lavoro inutile. Lì a buttare tutto nel cestino fu l’esimio Passera, Ministro del governo Monti. Più impegnative le mosse del Ministro Delrio con il governo Renzi, che riuscì ad avviare alcune riforme importanti e soprattutto richiamò in servizio alcuni dei miei colleghi del Piano del 2001 con la costituzione di quella “Unità di missione” che aveva, tra gli altri compiti, quello di verificare se tutte le scelte sulle Grandi Opere da fare erano giuste o andavano riviste. Prima che arrivassero i 5 stelle al governo. In tutto questo periodo i partiti del centro-sinistra, ma soprattutto il Partito Democratico ed al suo interno con particolare accanimento la sua componente “torinese” (Fassino, Chiamparino ecc.), spalleggiati dal quotidiano di Carlo De Benedetti, continuarono ad alimentare l’entusiasmo per la Torino-Lione, diventandone dei fanatici sostenitori, in particolare per il ruolo che il traforo del Fréjus avrebbe avuto nel trasporto ferroviario delle merci.

Trasportare merci su ferrovia: qualche regola da mandare a mente

Proprio al trasporto delle merci su treno, al trasporto “intermodale” o “combinato”, mi dedicai negli anni successivi al 2001, come consulente dell’AD di Trenitalia, studiando – per conto del committente – i problemi della cosiddetta “Autostrada Viaggiante” sulla tratta Torino-Orbassano – Aiton, visitando i principali centri intermodali europei (Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Olanda, Belgio), occupandomi di porti e di terminal portuali, prestai la mia assistenza tecnica per un breve periodo anche all’AD di Intercontainer e alla Cemat. Insomma, non mi considero un esperto, però un pochettino quel mercato lo conosco e mi sento di dire la mia. Orbene, all’interno del mondo FS in quel periodo, e questo vale anche per RFI, non ricordo particolari entusiasmi per la Torino-Lione, anzi, molte perplessità. Trenitalia stava facendo allora delle scelte strategiche importanti (e azzeccate, una volta tanto), acquistava i primi treni ad Alta Velocità, nel campo delle merci acquistava la società tedesca TX Logistik, che oggi in Germania è il secondo operatore merci ferroviario dopo DB Cargo. Se si guardano le statistiche di quel periodo, quando responsabile del settore merci era Giancarlo Laguzzi, oggi Presidente di Fercargo, si può constatare che Trenitalia era riuscita a realizzare una ripresa del traffico nazionale. A nessuno veniva in mente di dire che i problemi del traffico merci erano problemi d’infrastruttura. Erano – e lo sono ancora! – problemi dovuti al fatto che le imprese italiane hanno sempre preferito il trasporto su strada, perché più flessibile, perché più “permissivo”, perché più semplice da gestire soprattutto per imprese di medio-piccola dimensione, con volumi ridotti, che necessitano di un’intermediazione per accorparli, perché il trasporto su rotaia richiede un’organizzazione specifica ed un know how specifico (con il camion basta una telefonata), perché si paga vuoto per pieno, perché ci vogliono dei carri specializzati, perché ha delle regolamentazioni rigide e talvolta farraginose ecc. ecc.. Non è un caso che in Italia, a differenza della Germania o del Belgio, sono poche le aziende che acquistano direttamente dei treni merci ma sono i trasportatori, quelli con grandi flotte di camion, a mettere sul treno i semirimorchi. Oppure, nel settore marittimo, nel settore dei container, gli armatori, ma qui subentra un altro problema e cioè la posizione dominante di operatori in grado di dettare i prezzi all’operatore ferroviario. Nessuno di questi problemi è di carattere infrastrutturale, la favola che il trasporto merci in Italia soffre perché i terminal sono inadeguati e non si possono fare treni lunghi 750 metri, è buona appunto per gli incompetenti. E’ vero invece che ci sono troppi terminal intermodali e troppi Interporti, che non servono a niente. Il problema è come riempire un treno, lungo o corto che sia, come trovare il carico di ritorno, è un problema di domanda, è un problema di redditività del servizio. Per far partire e stabilizzare una relazione regolare, cioè un treno che va da A a B a scadenze fisse settimanali – questo e non altro significa oggi, 2018, fare traffico merci ferroviario – certe volte ci vogliono anche due anni. Questi sono i tempi di start up. Ne sappiamo qualcosa noi a Trieste, che siamo riusciti a fare l’unica storia di successo della portualità italiana proprio grazie alla ferrovia, malgrado un’infrastruttura ferroviaria portuale dove gli scambi si azionano ancora a mano. Le grandi infrastrutture di per sé non garantiscono minimamente il successo in termini di trasporto. Questo dipende da fattori che al 90% nulla hanno a che fare con l’infrastruttura. Dipende da condizioni specifiche di mercato e queste in Italia non sono cambiate in maniera sostanziale oggi rispetto a quindici anni fa, la sola cosa che è cambiata sta sul lato dell’offerta, ci sono più imprese ferroviarie di trazione, imprese private. Ma dal lato della domanda, anzi, siamo messi peggio con la concorrenza selvaggia che domina nel settore del trasporto su strada. Dipende anche dalla regolazione del mercato, ma qui l’Unione Europea ha combinato solo disastri, con una liberalizzazione scriteriata del trasporto su strada, codificata, per di più, in una normativa di surreale farraginosità (si pensi alle norme riguardanti i cosiddetti “distacchi degli autisti”) e di zero efficacia nel prevenire o regolare fenomeni di concorrenza sleale. Dobbiamo buttare miliardi nel costruire linee ferroviarie, nel bucare le montagne, mentre a tanti autisti – soprattutto stranieri – basta pagare il costo della benzina perché ti facciano una consegna a 300 chilometri di distanza?

Come ragiona un esperto di trasporto merci con la testa sul collo

Dura da cinquant’anni il grande “tormentone” delle politiche del trasporto merci: com’è possibile trasferire il traffico merci dalla strada alla ferrovia. In questi anni ho imparato che è possibile – se si tengono a mente certi parametri della specifica struttura di costo di questo mercato – portare sulla rotaia della roba, anche tanta. Quasi sempre con incentivi o sussidi. Ma ho imparato anche che la cosiddetta “inversione modale”, cioè la diminuzione proporzionale del trasporto su strada rispetto ad un aumento proporzionale di quello su ferro, resterà un’utopia a livello di sistema, potrà al massimo verificarsi su nicchie di mercato, in qualche situazione locale, ma non a livello di sistema. Inutile sperarci, noi dobbiamo invece cambiare il paradigma mentale e convincerci che l’unica strada per sopravvivere è quella di (tentare almeno) di diminuire l’intensità di trasporto del sistema di produzione e circolazione delle merci. Così come può esistere un sistema più o meno labour intensive così può esistere un sistema più o meno transport intensive. Lo slogan del “chilometro 0” almeno fa capire cosa s’intende per “diminuzione dell’intensità di trasporto”. Questo modo di pensare sembra che sia scomparso dall’orizzonte dei pianificatori, fa capolino in qualche impressa di logistica avanzata o in qualche impresa manifatturiera con un minimo di visione di lungo periodo. Ma il mercato sta andando drammaticamente nella direzione opposta con l’e-commerce o con certe piattaforme digitali. L’e-commerce sta mandando all’aria tutti gli sforzi in direzione della city logistics ed i tentativi di convincere il pubblico a usare mezzi di trasporto più sostenibili. L’altra cosa che ho imparato in questi anni è che non ha nessun senso costruire infrastrutture di eccellenza sulle grandi direttrici quando ai due capi del percorso, alla partenza e all’arrivo, ci sono delle forti strozzature. E’ il cosiddetto problema dell’”ultimo miglio”, che vale soprattutto per le merci. Certe Grandi Opere possono in questo senso creare più problemi di quanti si pensa possano risolvere. Per tornare al trasporto ferroviario delle merci, sono convinto che, per reggere, dovrà essere pesantemente sussidiato e la famosa “inversione modale” resterà un miraggio, usato solo per giustificare investimenti ferroviari faraonici. La Svizzera insegna. Ed è proprio qui che l’inutilità della Torino-Lione risulta più evidente e più sfacciata la malafede dei suoi sostenitori.

I francesi sono tutti a favore della Torino-Lione?

Un documento stilato da un gruppo di esperti di trasporto francesi e datato 6 giugno 2018 ricorda che le previsioni di traffico sia stradale che ferroviario al 2017 in assenza del tunnel di base del Fréjus sono state clamorosamente smentite. Si era previsto un traffico merci su rotaia di 16,2 milioni di tonnellate, quello effettivo è stato di 3,5 milioni, erano stati previsti 75 treni merci al giorno quelli effettivi sono stati 20. Ma non meno sballate furono le previsioni del traffico stradale. Era stato previsto per il 2015 sulle due autostrade, della Maurienne e del Monte Bianco, un traffico di 2 milioni di camion, quello effettivo è stato di 1,3 milioni. Ho incrociato alcuni degli estensori di questo documento, di cui il nostro Ministero è al corrente – dunque il sottosegretario Rixi non può far finta d’ignorarlo – nella mia attività ultradecennale di membro italiano di un gruppo di ricerca, tuttora attivo, con sede a Parigi, finanziato dal Ministero dei trasporti francese ed ho potuto constatare di persona lo scarso entusiasmo per quest’opera da parte di colleghi d’oltralpe, la cui expertise viene riconosciuta di continuo a livello internazionale. Quando la Corte dei Conti francese espresse dei forti dubbi sulle ricadute economiche della Torino-Lione, mi recai a Parigi assieme al segretario generale del CNEL ed abbiamo avuto degli incontri molto interessanti al Senato francese, constatando una volta di più i molti punti interrogativi che il progetto sollevava. Rimango perciò piuttosto incredulo quando leggo su “Repubblica” che la Francia vuol fare a tutti i costi la Torino-Lione, posso pensare che Macron, tra le tante sciocchezze che sta accumulando il suo governo, ne voglia aggiungere anche questa ma se lo dovesse fare non è certo per risolvere problemi di trasporto e in particolare di trasporto merci ma semmai per questioni di diplomazia europea, convinto forse di consolidare l’Unione mentre di fatto non farebbe che screditarla ulteriormente. Ma ammettiamo per un momento che l’opera si faccia, con un salasso per il contribuente italiano. Dovremo anche mettere dei soldi su ogni treno merci, dovremo sussidiarlo, se non altro per controbilanciare tutti i soldi che la Svizzera elargisce a chi attraversa il suo territorio su ferrovia invece che su camion. Sono sussidi che possono coprire anche un terzo del costo del treno in un mercato dove 10 centesimi di euro possono fare la differenza e che sono tali da indurre qualcuno a scegliere il percorso svizzero anche per andare verso certe destinazioni francesi. E’ ben vero che il contribuente svizzero, visti i risultati, non sarà disposto a continuare a sussidiare in tal modo la ferrovia ma a quel punto reggerà ancora il mercato? Pertanto è bene che si sappia: la migliore delle infrastrutture, la più avanzata delle tecnologie di controllo della circolazione, l’abbondanza delle tracce, non sono di per sé garanzia assoluta che l’opera abbia efficacia sul piano della ripartizione modale. Ancora una volta: sono soldi che rischiano di essere buttati via inutilmente da un paese dove mancano risorse per la scuola, gli asili nido, gli ospedali, la conservazione del patrimonio artistico, la ricerca scientifica, la manutenzione delle strade e dei parchi, il trasporto pubblico locale ecc. ecc..

Aperitivo a Milano, cena a Venezia

Una Grande Opera ha senso dunque solo se “cambia la vita”, cioè se modifica in maniera sostanziale certe relazioni di spostamento. L’Alta Velocità sulle tratte Milano-Napoli e Torino-Milano questo effetto lo ha avuto e lo sta dimostrando. Ma l’Alta Velocità Milano-Venezia che senso ha? Intendo una nuova linea ad alta velocità parallela a quella esistente, non intendo un adeguamento dell’attuale. Da Milano a Venezia in un’ora può “cambiate la vita” per qualche spedizione turistica, per far vedere la Madonnina a un po’ di crocieristi prima d’imbarcarli, certo si può fare, a condizione di attraversare il Veneto senza fermate, saltando Brescia, Verona, Vicenza e Padova. Un bel vantaggio. Eppure tutta la classe politica e imprenditoriale veneta, e in parte sindacale, si agita per avere l’AV in quanto tale, con linee nuove o vecchie non importa, dimostrando quanto provinciale sia la mentalità di questa classe dirigente di piccoli parvenus, che certe volte pretendono di avere un aeroporto dietro casa perché pensano in tal modo di esser dentro la globalizzazione. Una classe dirigente, una borghesia, ben rappresentata nei drammi di Veneto Banca o della Banca Popolare di Vicenza. Un carrettiere del primo Novecento aveva un’idea delle infrastrutture di trasporto più avanzata della loro.

Con il Terzo Valico conquisto l’Europa

Perciò rimango veramente di sasso quando leggo prese di posizione d’imprenditori eccellenti, leader nel loro mercato, che danno per scontata la necessità di costruire certe grandi infrastrutture. E’ il caso del Terzo Valico di Genova. Indubbiamente il problema è diverso dalla Torino-Lione, l’opera viene giustificata come infrastruttura necessaria all’economia portuale, indispensabile per collegarsi ai nuovi tunnel del Gottardo e permettere agli operatori genovesi di allargare il loro mercato oltre la barriera alpina. Sulla carta può essere credibile ma ancora una volta non si può astrarre completamente da una storia e da una sequela di comportamenti di una classe imprenditoriale e di una classe politico-amministrativa che almeno dalla fine degli anni 70, dalla comparsa del container, non hanno fatto nulla per assicurare un’alternativa seria al trasporto merci su strada e si trovano oggi in una situazione – gli ultimi scioperi lo hanno dimostrato – completamente alla mercé dei camionisti, che possono, se decidono, con un fischio, paralizzare il porto (senza per questo, colmo dei colmi, trarre da questa posizione di forza condizioni di vantaggio economico, cioè tariffe e condizioni di lavoro migliori). Una tipica situazione opposta al win win, dove invece di guadagnarci ci perdono tutti, terminalisti, compagnie marittime, autotrasportatori, normali cittadini, residenti. Genova è passata dal fordismo al postfordismo, dall’industria pesante alla deindustrializzazione, è entrata nell’èra digitale, ha conosciuto il gigantismo navale ma nulla è cambiato. Il modello che si è voluto costruire per il porto è quello di un sistema di servizi che, per riluttanza a investire, in particolare in risorse umane e tecnologie, ha scelto la comoda strada di limitare il proprio raggio d’azione al mercato del Nord Italia. Le infrastrutture non c’entrano niente. Mentre dagli anni 80 in poi dietro ai porti di Amburgo e di Rotterdam fioriva un tessuto fittissimo di imprese di logistica, capaci di creare valore aggiunto, a Genova si continuava a perseguire il modello dell’intermediazione priva di asset, sfruttando la rendita di posizione che ogni porto offre oggettivamente per puntare su un modello imprenditoriale, su un modello di business, che richiede il minimo sforzo, il minimo investimento. Poi ci si lamenta di avere imprese eufemisticamente classificate come “sottocapitalizzate”. E mi volete far credere che con il Terzo Valico o con la nuova diga cambierà qualcosa? Che di colpo nasceranno imprese di logistica in grado di servire i mercati del centro Europa? Accadrà probabilmente l’inverso e cioè che i porti nordeuropei e la rete di servizi che li supporta, in grado oggi di estendere il loro raggio d’azione fino a Novara, si spingeranno fino a Busalla, a Sampierdarena con il Terzo Valico. Non dimentichiamo che ci sono importanti opere di adeguamento dell’infrastruttura ferroviaria da parte di RFI, la stazione di Campasso e altre, ma nemmeno quelle riescono a tenere il passo di un’evoluzione dei traffici marittimi che è travolgente e si somma con altri fenomeni che producono congestione sulle strade e sulle autostrade, come l’e-commerce. Queste opere non riescono – e non ci riuscirà il Terzo Valico, secondo me – a modificare un modello di sviluppo, un modello di business, perseguito con ostinazione per decenni. E’ mancata per tempo una visione di sistema, qualcosa per cui l’interesse privato deve trovare una sua collocazione dentro un interesse collettivo. Si sono sprecate occasioni irripetibili e si mortificano in ultima analisi i non pochi esempi di eccellenza a livello mondiale che Genova ha saputo creare e continua a creare. Per nascondere questa storia d’imprenditoria dalle corte vedute si è inventata la favola che i porti del Nord “rubano” traffico a Genova, la leggenda dei due milioni di TEU che Genova potrebbe “riprendersi” con il Terzo Valico. Un’idiozia irredentista che dimentica tra l’altro come una quantità di merce destinata all’Italia che passa per i porti del Nord è merce che noi importiamo dall’Irlanda, dalla Gran Bretagna, dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Finlandia, la quale segue la via più rapida e conveniente, quella di venir portata su un porto del continente – Rostock, Zeebrugge, Anversa – e lì trasbordata su treno; raggiunge l’Italia in 36 ore, anche meno. Cosa si dovrebbe fare, secondo certi politici e opinionisti genovesi, imbarcarla a Liverpool, a Goeteborg, e metterci una settimana/dieci giorni per sbarcarla a Genova? La vicenda della Carige mi sembra proprio lo specchio di una classe dirigente e imprenditoriale, mi piacerebbe sapere chi sono quelli che hanno avuto i crediti e non li hanno restituiti. Questa purtroppo è la “vera” Italia, quella che nasconde le sue magagne e le sue scelte miopi con il lenzuolo (o con il sudario) delle Grandi Opere.

Peggio di tutti il sindacato

Ma se certe prese di posizione mi lasciano di sasso, trovo semplicemente sconcertante, se non indecente, l’entusiasmo che le Grandi Opere suscitano in certi dirigenti sindacali. Un entusiasmo fideistico, privo di qualunque senso critico, come se il radioso futuro promessoci dalla Torino-Lione o dall’AV veneta potesse farci dimenticare la terribile situazione di vastissimi strati del mondo del lavoro, il cui futuro è segnato, tracciato, da un presente che parla per sé. E’ stagione questa in cui ritorna il tema del caporalato, ne ha parlato di recente in TV anche un ministro in carica, ma si continua a trattare questo problema come un fenomeno collaterale in un’economia sostanzialmente ”regolare”. Tutti sappiamo che cosa succede nella raccolta della frutta e della verdura, non solo nel Sud. Le inchieste del quotidiano cattolico “L’avvenire” ci hanno fatto intravvedere solo degli spiragli di una situazione che si allarga a macchia d’olio. Lavoratori extracomunitari e italiani pagati 3 o 5 euro all’ora, alloggiati in condizioni primitive, ricattati, che ormai stanno fissando i nuovi standard del costo del lavoro in agricoltura. Mi chiedo: com’è possibile tornare indietro? E’ appurato che i controlli e le sanzioni non servono a niente, quindi è ovvio che il fenomeno è destinato a dilatarsi ed a diventare “la nuova normalità”. Ciò significa, se vogliamo parlare al futuro, che mettiamo in conto che l’agricoltura italiana è destinata a reggersi su forme di schiavismo “strutturale”. Ma l’agricoltura non è l’unico settore dove questo accade, in misura ridotta lo incontriamo anche in settori dove l’Italia pretende di essere leader mondiale, come la cantieristica. Il sindacato ha fatto molte denunce. A che sono servite? A mettere in pace qualche coscienza. Se poi dalle situazioni estreme passiamo a quelle che sono invece le situazioni maggioritarie, per esempio il primo impiego dei giovani oppure, all’estremo opposto, le opportunità che il mercato italiano offre ad alte professionalità e competenze, credo si possa concludere che a) questo, della qualità del lavoro, è il più grave, il più drammatico dei problemi del Paese, b) che le infrastrutture non c’entrano nulla. I giovani fisici, biologi, ingegneri, medici, ricercatori d’alto livello che fuggono dal Paese lo fanno perché mancano le infrastrutture? E realizzando le cosiddette “Grandi Opere” pensiamo di farli tornare indietro, pensiamo di eliminare il caporalato dalla raccolta dei pomodori? Con quale faccia un sindacalista può sostenere che le “Grandi Opere” possono contribuire a risolvere il problema occupazionale, sapendo oltretutto che questo problema oggi è di tipo qualitativo non quantitativo? Il sistema dei grandi appalti pubblici si è rivelato invece un sistema fallimentare, avrebbe potuto almeno creare il terreno adatto alla costituzione e alla crescita di grandi imprese di costruzioni, invece ne abbiamo viste fallire una dietro l’altra, sia dell’universo confindustriale che di quello cooperativo. Viviamo nella knowledge economy, viviamo nell’epoca della digitalizzazione, ma al posto della materia grigia abbiamo messo il cemento.

Grandi progetti: dove tutto è ammesso, anche l’idiozia

Può succedere allora che un organismo di ricerca privato che ha come missione “di rendere accessibile e fruibile, ad una platea sempre più vasta, il patrimonio di conoscenza e di esperienza accumulato in trent’anni” abbia la buona idea di presentare davanti a un folto pubblico di amministratori, operatori e cittadini, in quel di Palermo, uno studio nel quale propone la costruzione di un terminal portuale di transhipment dalla capacità di 16 milioni di TEU, in grado di creare migliaia di posti di lavoro nel contesto di un progetto più ampio di risistemazione del fronte mare che dovrebbe produrre occupazione per circa mezzo milione di persone. Per chi ha un minimo di conoscenza di economia portuale è come se un primario d’ospedale si presentasse ad un congresso dicendo che il cancro al seno si può curare con successo con la tachipirina. Il traffico totale dei porti italiani governati da un’Authority (sono circa una ventina) da più di dieci anni non supera i 10 milioni di TEU. Si tratterebbe oltretutto, nell’idea dei proponenti, di un porto di transhipment, cioè di una tipologia che non produce occupazione né ricadute sul territorio in quanto la merce non esce dalla cinta portuale, viene sbarcata da una nave, messa a piazzale e reimbarcata su un’altra nave. Operazioni che vengono fatte a Gioia Tauro, a poca distanza, ma con sempre maggiori difficoltà perché le compagnie marittime oggi o fanno dei servizi diretti, senza transhipment, o fanno trasbordo in porti come Port Said, il Pireo, Malta, Tanger Med per ragioni che qui è troppo lungo spiegare ma che si presume siano note a chi pretende di avere una certa expertise in materia.

Confesso però che non ero presente a questo evento memorabile, l’ho letto sui giornali e quindi mi rimane il dubbio trattarsi di una fake news. Strano che non ci sia stata nessuna smentita, però. Pare inoltre che sia il Presidente del porto di Palermo sia il sottosegretario Rixi abbiano espresso in quella sede la loro “perplessità”. Ma se fosse vero, mi sembra indicativo di un clima, di una cultura, di un costume presenti nel Paese e cioè che di “Grandi Opere” se ne possono immaginare e proporre con fantasia da Giulio Verne, sapendo che una parte del pubblico ci crederà e sarà disposta ad applaudire la spesa. Per la “rinascita” del Mezzogiorno o per rompere l'”isolamento” dei piemontesi.

* L’autore è Presidente dell’Agenzia Imprenditoriale Operatori Marittimi (A.I.O.M.) di Trieste

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The Flyvbjerg proposal: 88 scienziati chiedono al G20 di sottoporre a verifica indipendente i progetti di infrastrutture, per un valore di 80.000 miliardi di dollari

marzo 23, 2015

88 tra i migliori scienziati, ambientalisti e opinion leader stanno sollecitando i capi delle Nazioni del G20 ad adottare quella che chiamano “la proposta di Flyvbjerg” nel ripensare la spesa di 80.000 miliardi di dollari in infrastrutture industriali, quando si incontreranno in Turchia infrastrutturequest’anno. In particolare, essi dicono:

“l sottoscritti individui ed organizzazioni esortano le nazioni del G20 a:

1) ripensare la spesa proposta di 80.000 miliardi di dollari in infrastrutture industriali, alla luce degli ultimi sette decenni e di un tasso di fallimento del 90 per cento di tali progetti, per fornire accurate stime dei costi, tempi di realizzazione e previsioni dei benefici.
2) adottare la proposta di Flyvbjerg per correggere questo errore: nominare un organismo indipendente per confrontare qualsiasi progetto di infrastruttura proposta con i dati storici di progetti di questo tipo e dimensioni, riguardo alle stime dei costi, i tempi di realizzazione e le previsioni dei benefici. Non sostenete i progetti che risultano al di fuori del range storico.
3) programmare l tempi della riunione annuale del 15-16 novembre in Turchia per discutere significative modifiche al modello economico nella direzione che abbiamo evidenziato.”
Vedi la lettera al Presidente delle Nazioni del G20, qui: http://bit.ly/1xt3HwG

Articolo sul sito web Mongabay, qui: http://bit.ly/1MFPuFq

Fonte: pagina Facebook del prof. Bent Flyvbjerg

La mobilità ciclabile può creare almeno 76.600 posti di lavoro e salvare 10.000 vite ogni anno nelle principali città europee

aprile 18, 2014

dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

(Traduzione in italiano del comunicato stampa dell’OMS del 14 aprile 2014. Poichè il c.s. è stato emesso in inglese, francese, tedesco e russo – ma non in italiano, ho pensato di tradurlo, allo scopo di far girare anche in Italia queste considerazioni, che già da tempo circolano nell’ambito dei sostenitori della “mobilità nuova”, sui benefici economici della mobilità ciclabile e l’urgenza di interventi anche da parte dei pubblici amministratori. Ovviamente la traduzione non è ufficiale).

Oltre 76.000 persone sarebbero impiegate nel settore del trasporto ecologico e sano ogni anno e 10.000 vite sarebbero salvate se le principali città europee (1) raggiungessero la quota modale di mobilità ciclabile di Copenhagen. Questa è la conclusione di un nuovo studio pubblicato oggi dall’UNECE e dall’Ufficio Regionale dell’OMS per l’Europa.
Per la prima volta, lo studio “Unlocking new opportunities: jobs in green and healthy transport” (2) stima che investire in “trasporto ecologico e sano” non ha solo effetti positivi sulla salute e sull’ambiente, ma è anche economicamente redditizio.

Trasporti, salute e ambiente si incontrano a Parigi.

Questi nuovi risultati vengono presentati in occasione del quarto Meeting ad alto livello per i trasporti, la salute e l’ambiente, organizzata dall’UNECE e dall’Ufficio Regionale dell’OMS per l’Europa e ospitata dalla Francia. Dal 14 al 16 aprile 2014 i ministri europei dei trasporti, della salute e dell’ambiente si riuniscono a Parigi per affrontare il tema di come, tramite politiche di trasporto innovative, si possano creare non solo una società più sana e sostenibile, ma anche nuovi posti di lavoro.
“Un sistema di trasporti efficienti è essenziale per il funzionamento delle economie moderne. Tuttavia, i trasporti possono danneggiare notevolmente l’ambiente e la salute. Ecco perché auspichiamo una dichiarazione di Parigi coraggiosa, che solleciti investimenti governativi per trasporti compatibili con l’ambiente e la salute”, afferma Zsuzsanna Jakab , direttore regionale OMS per l’Europa. “I benefici di questi investimenti sono enormi e comprendono nuovi posti di lavoro e persone più sane, grazie ad una maggiore attività fisica, meno feriti in incidenti stradali, meno rumore e una migliore qualità dell’aria.”
“I trasporti, la salute e l’ambiente formano un intreccio dinamico di vitalità e mobilità nelle nostre città, e rappresentano una sfida formidabile per la sostenibilità, ma anche grandi opportunità per una migliore qualità della vita”, dichiara Eva Molnar, Direttore della Divisione Trasporti dell’UNECE, parlando su incarico di Michael Møller, segretario esecutivo dell’UNECE. “Il quarto Meeting ad alto livello invita gli Stati membri, la società civile e le autorità locali e regionali a sostenere la visione futura di THE PEP [Programma paneuropeo Trasporti , Salute e Ambiente]: ‘Mobilità e trasporti compatibili con l’ambiente e la salute per una esistenza sostenibile per tutti'”.
(1) I calcoli si riferiscono a 54 grandi città in Europa e 2 in America settentrionale, cioè nei paesi che appartengono all’ambito di attività dell’Ufficio Regionale OMS per l’Europa e della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa (UNECE) (cfr. tabella 1).
(2) Unlocking new opportunities: jobs in green and healthy transport. (Aprire nuove opportunità: posti di lavoro nei trasporti ecologici e compatibili con la salute) Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2014 (http://www.euro.who.int/unlocking-jobs-in-healthy-transport)

I costi dei trasporti rischiano di annullarne i benefici.

I trasporti forniscono posti di lavoro, danno accesso alle attività ricreative e assicura le condizioni per le attività economiche. D’altra parte, i costi complessivi causati dagli impatti dei trasporti sull’ambiente e sulla salute possono arrivare fino al 4 % del prodotto interno lordo (PIL) di un paese. Secondo i dati più recenti, l’inquinamento dell’aria esterna nella Regione europea dell’OMS, in gran parte causato dal traffico, è responsabile di circa 500 000 decessi all’anno. A causa degli incidenti stradali muoiono prematuramente ogni anno 90 000 persone. Quasi 70 milioni di persone sono esposte a eccessivo rumore stradale. I trasporti contribuiscono col 24 % alle emissioni totali di gas serra in Europa e Nord America. Col fatto di scoraggiare l’attività fisica , i trasporti contribuiscono a quasi 1 milione di morti premature all’anno.

Il settore del trasporto pubblico: un importante datore di lavoro locale

La capitale danese, Copenhagen, è uno dei leader per la mobilità ciclabile in Europa: è paragonabile solo a Amsterdam nei Paesi Bassi. Di tutti gli spostamenti in città, il 26 % è effettuato in bicicletta. Questa quota è molto più elevata che in molte altre città della regione. Una semplice metodologia ha stimato che 76 600 nuovi posti di lavoro potrebbero essere creati se una grande città in ogni paese raggiungesse la stessa quota modale di mobilità ciclabile di Copenhagen. Le persone sarebbero impiegati localmente nella vendita e manutenzione di biciclette, nella fornitura di abbigliamento e accessori per ciclisti, nello sviluppo delle città e in nuovi sistemi di mobilità; questo contribuirebbe a ridurre le emissioni di gas serra e i rischi per la salute e andrebbe a sostenere l’economia locale (Tabella 1).

Tabella 1. Risultati potenziali dell’aumento della modalità ciclabile nelle grandi città
Paese Città Popolazione Quota della modalità ciclabile sul totale (%) Stima del numero di posti di lavoro legati alla ciclabilità Numero potenziale di nuovi posti di lavoro creati Differenza in vite salvate

Tabella 1
tab 2
tab 3

a) Quota modale stimata – probabilmente sovrastimata.
b) Nessun ulteriore posto di lavoro o altre vite salvate sono previsti per Amsterdam, poichè la sua quota modale di mobilità ciclabile è già superiore a quella di Copenhagen.

THE PEP – una piattaforma politica unica.

THE PEP, gestito congiuntamente dall’UNECE e dall’Ufficio regionale per l’Europa, affronta questioni fondamentali del modo migliore per muoversi in città. Un’altra pubblicazione lanciata a Parigi, From Amsterdam to Paris and beyond, (3) presenta i casi di successo provenienti da paesi europei nell’ambito del PEP negli ultimi cinque anni.
• France Vélo Tourisme ha avviato un programma di cicloturismo tramite un sito web per pianificare le vacanze in bicicletta, guide per il cicloturismo, la promozione di servizi e l’armonizzazione della segnaletica stradale.
• Con l’iniziativa austriaca “klimaaktiv mobil” si è riusciti a ridurre di circa 570 000 tonnellate le emissioni di anidride carbonica ogni anno durante il periodo 2007-2012 grazie a progetti di mobilità ecocompatibili, e 5600 posti di lavoro verdi sono stati creati o salvati .
• La Svizzera ha ridotto di quasi il 14 % il trasporto di merci pesanti su strada tra il 2000 e il 2012 per proteggere la regione alpina e la salute dei suoi abitanti.
• La Lituania ha diminuito le vittime di incidenti stradali del 58 % dal 2001, il terzo miglior risultato tra i paesi dell’Unione Europea. Ciò è stato possibile grazie a migliori controlli stradali, la formazione degli automobilisti e il miglioramento delle infrastrutture.

La Dichiarazione di Parigi richiede una salute migliore e una maggiore equità economica e sociale.

Con la Dichiarazione di Parigi, i paesi europei stanno creando una nuova visione di mobilità e trasporti ecologici e compatibili con la salute, per creare condizioni di vita sostenibili per tutti, collegando la promozione della salute e della sostenibilità alla equità economica e sociale. Tutto ciò viene supportato da nuovi strumenti ed obiettivi, tra cui:
• una nuova priorità per integrare gli obiettivi di trasporto, sanitari e ambientali nelle politiche urbanistiche e territoriali;
• l’Accademia THE PEP , che rafforza le conoscenze e lo sviluppo delle competenze per l’integrazione tra trasporti, salute, ambiente e pianificazione territoriale;
• un master plan paneuropeo per la promozione della mobilità ciclabile;
• il rafforzamento dei partenariati con reti di città, organizzazioni della società civile e gli enti di ricerca;
• la mobilitazione dei giovani e delle organizzazioni giovanili.

(3) From Amsterdam to Paris and beyond. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2014 (http://www.euro.who.int/the-pep-2009-2020).

Note per i giornalisti.
• L’OMS è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite responsabile per la salute umana. Uno dei sei uffici regionali, l’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS, ha sede a Copenhagen in Danimarca. Serve 53 paesi che si estendono dall’Oceano Atlantico al Pacifico, con una popolazione di quasi 900 milioni.
• La regione UNECE comprende anche il Canada, il Liechtenstein e gli Stati Uniti d’America.
• Il sito web THE PEP (www.THEPEP.org) offre informazioni sulla propria attività.
• Il sito web dell’Ufficio Regionale OMS per l’Europa offre ulteriori informazioni su:
le pubblicazioni presentate a Parigi (http://www.euro.who.int/en/media-centre/events/events/2014/04/fourth-high-level-meeting-on-transport-health-and-environment-4hlm);
il programma trasporti e salute (http://www.euro.who.int/en/health-topics/environment-and-health/Transport-and-health);
il programma ambiente e salute (http://www.euro.who.int/en/health-topics/environment-and-health)

Per ulteriori informazioni contattare:

Cristiana Salvi Communications Officer Communicable Diseases, Health Security and Environment WHO Regional Office for Europe UN City, Marmorvej 51 DK-2100 Copenhagen Ø Denmark Tel.: +45 45 33 68 37,+45 29 63 42 18 (mobile)
Email: csa@euro.who.int

Jean Rodriguez Chief, Information Unit United Nations Economic Commission for Europe Palais des Nations CH-1211 Geneva 10 Switzerland Tel.: +41 22 917 27 27, +41 79 444 50 81 (mobile)
Email: jean.rodriguez@unece.org

No alla chiusura della ferrovia Sacile-Gemona! Si al rilancio del trasporto di persone e merci sulla ferrovia!

novembre 2, 2012

saffetta per salvare la ferrovia Sacile Gemona

saffetta per salvare la ferrovia Sacile Gemona

Trenitalia e RFI (gruppo Ferrovie dello Stato), dopo aver soppresso il servizio passeggeri su ben 11 linee in Piemonte (che corrispondevano al 24% dell’estensione della rete in quella regione) perseverano nella loro politica di dismissione del trasporto di persone e merci su ferro in Italia.
Nella nostra regione, approfittando di una frana avvenuta sulla linea Gemona-Sacile il 6 luglio, il servizio è stato sospeso e il trasporto di persone avviene con autobus sostitutivi. Da luglio nulla è stato fatto, e RFI ha dichiarato recentemente che non ha nessuna intenzione di ripristinare il servizio di trasporto su ferro. E’ evidente l’intenzione di arrivare alla chiusura ed alla dismissione della linea, come già prospettato in passato, per “ridurre i costi e tagliare i rami secchi”. L’ipotesi di RFI/Trenitalia di chiudere il tratto di linea Osoppo-Sacile e mantenere solo il tratto Gemona-Osoppo a servizio delle aziende sarebbe il classico “inizio della fine”, la morte annunciata della linea.
Ma se Trenitalia e RFI hanno ormai imboccato la linea della rinuncia e dell’abbandono, sappiamo che le alternative esistono: l’esempio della linea Merano-Malles, fatta morire da Trenitalia/RFI e ricostruita e rilanciata con enorme successo dalla Provincia Autonoma di Bolzano, dimostra che il trasporto di persone e merci su ferro ha ancora grandissime potenzialità.
Date queste esperienze, la Regione Friuli Venezia Giulia ha espresso l’intenzione di ottenere la linea da RFI (società di proprietà dello Stato italiano) per gestirla e rilanciarla, come sta facendo con la Udine-Cividale.
Gli utenti abituali della linea (studenti, genitori, pendolari, turisti) hanno già protestato per i disservizi del servizio sostitutivo e anche diversi sindaci e consigli comunali interessati si sono espressi chiaramente per il ripristino del servizio ed il rilancio della linea, per il trasporto di pendolari e merci ma anche per un servizio di grande interesse turistico.
Siamo a novembre: di fronte alle buone intenzioni della Regione ma ai pochi fatti, il Comitato Gemona-Sacile lancia una staffetta che con lo striscione “Treni-taglia, ridacci il nostro treno!” partirà da Gemona il 3 novembre per toccare altre 17 sedi municipali lungo la linea e terminerà a Sacile il 7 dicembre.
Legambiente del Friuli Venezia Giulia aderisce all’iniziativa, invita tutti i cittadini, le associazioni e gli amministratori pubblici a partecipare alle iniziative della staffetta e a esprimere solidarietà agli utenti ed ai lavoratori delle ferrovie e chiede alla Regione Friuli Venezia Giulia di intensificare la sua azione per ottenere la gestione della linea, salvandola dalla chiusura e promuovendo una modalità di trasporto che contribuisce a ridurre la congestione e l’inquinamento causati dal traffico su strada.

Legambiente FVG onlus

Il Friuli-Venezia Giulia: piattaforma logistica o area di transito?

maggio 9, 2011

Intervento di Andrea Wehrenfennig (Legambiente del Friuli-Venezia Giulia) al 18. Convegno ITE “La democrazia alla prova – Il futuro della partecipazione dei cittadini ai progetti di infrastrutture di trasporto”, Steinach am Brenner (Austria), 6.5.2011.
La politica dei trasporti della Regione Friuli-Venezia Giulia si pone l’obiettivo di rendere la regione una piattaforma logistica al servizio dei traffici internazionali sull’asse Nord-Sud e su quello Est-Ovest. In realtà essa rischia di ridursi alla promozione di nuove grandi opere infrastrutturali, che dovrebbero attraversare le aree regionali

Corridoi di transito e aree col maggior valore ecologico

Corridoi di transito e aree col maggior valore ecologico

dotate del maggiore valore ecologico. In questo modo il territorio regionale verrebbe attraversato da sempre maggiori flussi di traffico su strada, con tutte le conseguenze negative in termini di inquinamento ed esternalità negative, senza invece produrre le attese ricadute sull’economia locale.
Il Piano regionale delle infrastrutture e della logistica prevede una serie di nuove grandi opere infrastrutturali, di cui le maggiori sono già state inserite nella Legge Obiettivo. Tra di esse una nuova linea ferroviaria Venezia-Trieste ad Alta Velocità/Alta Capacità, la terza corsia dell’autostrada A4 Venezia-Trieste, la trasformazione in autostrada della Villesse-Gorizia, la nuova autostrada a pedaggio Cimpello-Sequals-Gemona e il collegamento autostradale A23-A27 Carnia-Cadore.
infrastutture in costruzione o in progetto

infrastutture in costruzione o in progetto

Queste due ultime opere, insieme alla TAV Venezia-Trieste, vanno ad impattare sulle aree più sensibili dal punto di vista ecologico della regione: il Carso, la montagna, diversi fiumi.
Il Piano dichiara la volontà di riequilibrare il trasporto di merci e persone trasferendolo dalla strada alla rotaia, ma viene smentito dalla scelta di sviluppare contemporaneamente nuove grandi opere sia autostradali che ferroviarie, con costi altissimi e finanziamenti non disponibili, per cui alla fine le opere autostradali vengono finanziate tramite la società regionale Autovie Venete e realizzate, mentre quelle ferroviarie restano in attesa di inesistenti contributi statali.
Il primo caso negativo è rappresentato dalla autostrada a pagamento Cimpello-Sequals-Gemona,

Tracciato dell'autostrada a pedaggio Cimpello-Sequals-Gemona

un progetto che non corrisponde alle esigenze della popolazione ma alle richieste degli industriali, che vorrebbero poter trasportare più velocemente le merci sui TIR dal Veneto e dal Friuli occidentale fino all’innesto con l’autostrada Udine-Tarvisio, e da lì verso l’Austria, la Germania e l’Europa Centro-orientale. Tra Pordenone (Cimpello) e Sequals, sul tratto di pianura, è già stata costruita una superstrada, mentre ora si vorrebbe costruire il tratto tra Sequals e Gemona, in area di montagna, che avrebbe un fortissimo impatto ambientale e verrebbe a costare molto per le opere necessarie (gallerie e viadotti). Dato che le previsioni di traffico non giustificano l’opera e il pedaggio su questo tratto non basterebbe a coprire i costi, si vuole trasformare in autostrada a pedaggio l’intero tratto tra Cimpello e Gemona, compreso quello già costruito con fondi pubblici ed attualmente gratuito, per mettere a gara l’opera in “project financing”, garantendo comunque l’intervento di fondi pubblici se le entrate non saranno sufficienti.
Un altro progetto con fortissimo impatto negativo e non voluto dai residenti è il collegamento autostradale previsto tra il Cadore (Veneto) e la Carnia (Friuli) per collegare l’autostrada A 27 del Veneto con la A23 Udine-Tarvisio.

tracciato dell'autostrada Carnia-Cadore

Anche questa opera servirebbe alle industrie venete per trasportare le proprie merci sui TIR verso l’Austria, la Germania e l’Europa centro-orientale. Il progetto prevede una grande quantità di viadotti e gallerie, tra cui una lunga galleria sotto il Passo della Mauria. Molti Comuni sono perplessi e gran parte della popolazione – organizzata dal Comitato PAS Dolomiti – è fermamente contraria a trasformare delle strette valli di montagna in corridoi per camion. Anche in questo caso il traffico previsto non riuscirebbe a coprire i costi dell’opera, e neppure i costi di manutenzione nei prossimi vent’anni, per cui sarebbero necessari fondi pubblici aggiuntivi anche per la normale manutenzione dell’opera.
Un’altra opera fortemente voluta dalla Regione ma sostanzialmente inutile ed irrealizzabile è la nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità/Alta Capacità Venezia-Trieste, il cui progetto è sottoposto attualmente a Valutazione di Impatto Ambientale. La linea è stata divisa in quattro tratte, due in Veneto e due in Friuli-Venezia Giulia. Tra la parte veneta e quella friulana c’è una sostanziale incoerenza, perché la Regione Veneto ha scelto un tracciato, cosiddetto “balneare”,

Il tracciato "balneare" della TAV in Veneto

che compie una grande curva su preziosi terreni agricoli per avvicinarsi il più possibile (a circa 15 km dal mare) alle località turistiche balneari di Jesolo e Caorle, per cui una linea costruita per velocità di 250 km/h avrebbe tre fermate a pochi km di distanza (Mestre, Aereoporto, Passerella (= fermata balneare). Contro questo progetto sta crescendo una forte opposizione di ambientalisti, agricoltori, Comuni, per rimettere in discussione metodo e contenuti di questo progetto.
Da parte sua il tratto del Friuli-Venezia Giulia attraversa aree naturali protette di grande pregio, zone SIC e ZPS,

Galleria e viadotto in zona SIC e ZPS (Doberdob/Doberdò)

tra cui le aree carsiche abitate dal Proteo, specie protetta di importanza europea. Le gallerie previste hanno oltre 23 km di lunghezza e attraversano le aree più carsificate, dove è probabile che si scopriranno molte cavità ora sconosciute, come è successo nella costruzione della galleria della grande viabilità tra Cattinara e il Carso, dove è stata trovata una enorme grotta, detta “grotta impossibile” perché secondo i geologi non sarebbe dovuta esistere. Il progetto preliminare della ferrovia prevede di “addomesticare” le eventuali cavità incontrate riempiendole di cemento armato, perché altrimenti le gallerie rischierebbero di crollare nel sottosuolo.

Esempio di intervento previsto per "consolidare" le gallerie

Gli scavi sarebbero altamente impattanti anche per gli abitanti, che in diverse località vedrebbero un traffico quotidiano di circa 100 camion per il trasporto del materiale di scavo per la durata di tre-quattro anni. Le gallerie sotto il Carso dovrebbero servire esclusivamente al trasporto di merci dal porto di Trieste e dalla Slovenia, in quanto ad Aurisina dovrebbe confluire un’altra linea ferroviaria ad alta velocità proveniente dal nodo di Divaccia in Slovenia, anch’essa prevalentemente in galleria.
E’ difficile valutare la validità del progetto, in quanto esso è privo della valutazione costi-benefici, e non fornisce informazioni sui costi previsti. In altri documenti governativi si parla di un costo complessivo di circa 7 miliardi di Euro per l’intera tratta Venezia-Trieste. Durante la fase di presentazione del progetto, in cui si potevano presentare osservazioni nell’ambito della valutazione di impatto ambientale, le associazioni ambientaliste e i comitati locali sono stati gli unici ad informare i cittadini mettendo a disposizione la documentazione e organizzando incontri pubblici. Alcuni Comuni che verrebbero toccati dall’opera hanno organizzato incontri con la presenza dei politici e tecnici delle ferrovie, ma la Regione non ha svolto alcuna attività propria di informazione e dibattito pubblico, ed ha pubblicato la documentazione sul suo sito diversi mesi dopo la scadenza dei termini per le osservazioni.
Durante la stesura della Valutazione Ambientale Strategica del Piano Regionale delle Infrastrutture di Trasporto, della Mobilità delle Merci e della Logistica, la Regione ha consultato tutte le organizzazioni economiche e sociali, ma ha escluso proprio le associazioni ambientaliste. E’ probabile che la procedura di VAS, senza la partecipazione e il dibattito, si riduca alla classica formalità burocratica per ottemperare alle normative europee ma non applicarle nella realtà.
Ma queste grandi opere sono veramente necessarie? Gli stessi dati riportati nel Piano Regionale confermano che la rete ferroviaria in regione viene utilizzata in media al 50% della capacità,

Capacità residue della rete ferroviaria in Friuli-V.G.

il che vuol dire che solo con una migliore organizzazione e funzionamento delle aziende ferroviarie, senza costruire nulla di nuovo, i treni potrebbero trasportare il doppio delle merci e delle persone trasportate oggi.
In particolare la moderna linea ad alta capacità Udine-Tarvisio (“Pontebbana”) è utilizzata a meno del 20% della sua capacità.

Trasporto merci al valico di Tarvisio, strada e ferrovia

Se osserviamo l’andamento del trasporto di merci al valico di Tarvisio negli ultimi 15 anni, vediamo che dal 1994 il trasporto di merci su ferrovia è rimasto stabile, mentre quello su strada è salito da 5 a 20 milioni di tonnellate all’anno, e questo rapporto non è affatto cambiato dopo l’entrata in servizio della nuova ferrovia nel 2000, anzi la distanza tra strada e rotaia è continuata ad aumentare.
Questa è la prova che la pura e semplice costruzione di un’infrastruttura di trasporto ferroviario non è affatto sufficiente a trasferire il traffico dalla strada alla rotaia, ma che sono necessarie delle condizioni fondamentali, come la presenza di aziende di trasporto ferroviarie efficienti e di politiche che facciano pagare al trasporto su strada e su ferro i costi esterni che provocano.
Le capacità oggi disponibili ai valichi ferroviari verso Nord (Tarvisio) e verso Est (Gorizia e Opicina) permetterebbero di trasportare fino a 13 milioni di tonn/anno a Tarvisio, su 100 treni/giorno, rispetto alle attuali 6 milioni di tonn (50 treni/giorno), e ai valichi di Gorizia e Opicina fino a 7 milioni di tonn/anno, su 60 treni/giorno, rispetto agli attuali 2 milioni di tonn (25 treni/giorno). Se poi venisse potenziata la rete esistente ed eliminati i colli di bottiglia – interventi previsti dallo stesso Piano Regionale – al valico di Tarvisio potremmo arrivare a 20 milioni di tonn/anno e a quelli di Gorizia e Opicina a 11 milioni di tonn/anno, senza dover scavare tunnel di decine di chilometri nel Carso.
Da queste considerazioni risulta che le grandi opere previste in Friuli-Venezia Giulia sono inutili e dannose, anche perchè distolgono l’attenzione dagli interventi “minori” (meno costosi ma più utili) e puntuali necessari a completare e ammodernare la rete ferroviaria e stradale esistente.
Queste grandi opere vengono sostenute – per interessi concreti o per convinzione “ideologica” – da forze consistenti: il governo nazionale e regionale, gli industriali, i media, i maggiori partiti politici, parte dei sindacati. Non trovando giustificazioni valide, devono essere realizzate “in nome del progresso” e “per non restare fuori dall’Europa”. La partecipazione e l’informazione dei cittadini invece vengono organizzate dai comitati locali, dalle associazioni ambientaliste e da alcuni Comuni che vogliono difendere i loro cittadini.
Le prospettive non sono rosee: i maggiori partiti, a livello locale, non osano mettere in discussione quanto voluto dal governo e dai partiti a livello nazionale. I comitati, le associazioni ed i Comuni devono ricorrere alla giustizia amministrativa (TAR) che però si limita alle questioni formali e non può mettere in discussione i contenuti dei progetti. A causa dei limiti nelle applicazioni dei referendum in Italia, è quasi impossibile usare questo strumento per modificare le politiche riguardanti le infrastrutture.
Resta il fatto che difficilmente tutti questi grandi progetti verranno realizzati, poiché non dispongono dei finanziamenti necessari. Il modello è la Legge Obiettivo, una lunga lista di “opere strategiche prioritarie” da cui viene selezionato di anno in anno un piccolo numero di opere da realizzare a seconda delle pressioni e del peso dei promotori politici ed economici. E visto che in genere queste opere non sono sottoposte a una valutazione realistica dei costi-benefici, difficilmente un privato andrà a finanziare opere non redditizie con il “project financing”, a meno che la parte pubblica non si impegni a coprire le future perdite.

Fonti:
Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, Piano Regionale delle Infrastrutture di Trasporto, della Mobilità delle Merci e della Logistica
Comitato PAS Dolomiti Per Altre Strade
Legambiente Friuli-Venezia Giulia
WWF Friuli-Venezia Giulia
Ferrovie a Nordest

Ancora il corridoio 5 … la farsa continua

giugno 29, 2010

In occasione della presentazione a Trieste, il 28.06.2010, degli atti di un convegno organizzato nel lontano febbraio 2007 dall’Istituto Gramsci del Friuli-Venezia Giulia su “Corridoio 5: storia, problemi e prospettive“, Legambiente ha diffuso il seguente contributo critico. Alla fine aggiungo alcune mie considerazioni sugli interventi dei relatori e il limitato dibattito che ne è seguito.
“Nel lontano febbraio 2007, durante il convegno dell’Istituto Gramsci sul corridoio V, Legambiente aveva posto pubblicamente 5 domande, sollevando alcune questioni fondamentali sulla validità e realizzabilità della linea AV/AC Venezia-Trieste-Ljubljana: 1) dove sono i soldi per realizzare l’opera? 2) Esistono delle alternative per trasportare le merci su ferrovia? 3) Dove sono la trasparenza, l’informazione e la partecipazione dei cittadini? 4) Servono veramente nuove infrastrutture o è l’organizzazione dei trasporti che non funziona? 5) Se la nuova linea Venezia-Trieste-Ljubljana venisse realizzata, siamo sicuri che le merci viaggerebbero per ferrovia? Ovviamente a queste domande nessun rappresentante delle pubbliche amministrazioni coinvolte ha mai risposto, salvo i sindaci e i comuni coinvolti (tra cui S. Dorligo-Dolina, Doberdò-Doberdob, Villa Vicentina ed altri). Tra l’altro, questi comuni hanno reso pubblici i documenti (tracciati, studi e valutazioni) dei progetti che inutilmente cerchereste sul sito della Regione Friuli-Venezia Giulia o del Comune di Trieste. Ma anche alle altre domande dobbiamo rispondere noi: 1) la spesa prevista è di oltre 6 miliardi di euro tra Mestre e Trieste, i fondi disponibili sono circa 100 milioni, quindi si possono spendere i soldi per i progetti ma non ci sono i soldi per fare l’opera; 2) basta aggiungere un binario aggiuntivo (o due se veramente necessari) tra il Bivio San Polo e Monfalcone, e poi tra Monfalcone e il Bivio Aurisina, per aumentare notevolmente la capacità delle linee attuali; 3) non risulta che la Regione o la Provincia abbiano preso iniziative per informare i cittadini, né tanto meno farli partecipare alle discussioni ed alle scelte. Lo hanno fatto i comuni minori e il comune di Trieste, quest’ultimo però con un solo incontro pubblico nel luglio 2009; 4) il sottoutilizzo (viene usata neppure per il 25%) della nuova linea ferroviaria Pontebbana (Udine-Tarvisio) dimostra che la cattiva gestione delle ferrovie e la spietata concorrenza dell’autotrasporto (che ottiene anche sussidi dallo Stato) rendono inutili grandi investimenti ferroviari nell’ambito della attuale politica dei trasporti; 5) se l’Italia e la Slovenia decidessero di introdurre la tassazione dei camion (“eurovignetta”, allo studio o applicata in diversi paesi europei) proporzionale al peso trasportato, all’inquinamento provocato e alla distanza percorsa (come avviene da tempo in Svizzera), allora sarebbe possibile il trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia. La realtà è ben diversa: i cittadini del FVG danno il loro contributo (un milione e mezzo di euro nel solo 2009) agli autotrasportatori per fargli trasportare (pochi) camion sui treni, ma se questo contributo non ci fosse, i camion ritornerebbero sulla strada. Questi contributi alla “autostrada viaggiante” sono un aiuto che non modifica il sistema logistico: portare sui treni un camion col suo carico costa il doppio rispetto al trasporto del solo carico, cioè al trasporto intermodale non accompagnato, il solo che ha una sua validità economica. Ma è evidente che quella del trasferimento modale che dovrebbe giustificare la rete dell’Alta Velocità/Alta Capacità è solo una favola per il popolo, al solo scopo di usare enormi risorse pubbliche per finanziare le grandi imprese di costruzioni (in altre parti d’Italia) e di fare progetti non realizzabili (nella nostra regione).
In questa stessa sala, nel giugno 2008 fu presentato il tracciato del collegamento Trieste-Divača, un’incredibile serpentina sotto la città di Trieste che, circondando la Val Rosandra, sbucava nella costruenda seconda linea Koper-Divača, per cui i treni merci dal porto di Trieste sarebbero dovuti salire a 230 metri per poi scendere nuovamente a livello del mare. Era evidente, anche dal punto di vista trasportistico oltre che per l’impatto ambientale, che il progetto non stava in piedi, ma solo dopo le affollate assemblee popolari e la presa di posizione del comune di Trieste i politici e gli amministratori pubblici, anche a livello governativo, hanno preso atto che “non c’è il consenso” alle follie proposte. Bene, ma per quello studio di fattibilità sono stati spesi ben 1.380.000 euro (di cui un milione della Regione FVG), del cui spreco qualcuno dovrebbe rispondere ai cittadini che pagano le tasse e a quelli che avrebbero potuto ricevere beni e servizi, invece di contribuire al benessere di progettisti e società di consulenza.
Ora, secondo il vice-ministro ai trasporti Roberto Castelli, il precedente tracciato è stato scartato “perché non era condiviso dalla Regione, dalla Provincia e tanto meno dalla popolazione”. Ma come può la popolazione condividere il nuovo tracciato se ha visto solo una cartina sul Piccolo e non è stata mai informata e coinvolta dagli enti proponenti? Finora è stato coinvolto solo il comune di Duino-Aurisina, ma il nuovo tracciato coinvolge anche quelli di Sgonico, Monrupino e Trieste. E resta invece aperto l’unico vero problema, cioè come collegare meglio il porto di Trieste con Monfalcone-Udine-Venezia e Ljubljana.
Secondo la stampa, il nuovo tracciato è composto (in Italia) da due gallerie sotto il Carso di 12 km ciascuna, con un costo totale di quasi 2 miliardi di euro (circa 79 milioni di euro a km). Quindi rimangono aperti tutti i gravissimi problemi ambientali di lunghe gallerie in zona carsica. Ma, soprattutto, si dovrebbe costruire un collegamento di quasi 30 km, di cui oltre 20 in galleria, tra Aurisina e Divaccia, quando è noto che sulla linea Aurisina-Opicina passano solo pochissimi treni merci, mentre la Sežana-Divača è utilizzata al 40% solamente. Quindi una tratta che non serve, costa moltissimo e che probabilmente la Slovenia non finanzierà mai (come del resto anche l’Italia). Quanto è credibile e realizzabile il nuovo tracciato proposto? E’ vero che passa “un pelo sopra Borgo Grotta Gigante”, quindi nei pressi della Grotta?
Anche i tempi previsti per la realizzazione dei diversi tratti sono tali da rendere impossibile un rilancio del trasporto merci dal porto di Trieste su ferrovia, perchè – come ha affermato il rappresentante di RFI Comin in un incontro col consiglio comunale di Duino-Aurisina – la tratta Monfalcone-Aurisina potrebbe essere completata verso il 2030, quella tra Aurisina e Trieste verso il 2050 e quella tra Aurisina e Divača verso il 2080 (e questo, aggiungiamo noi, solo se qualcuno darà i miliardi necessari).
Quindi si è preso atto solo delle più vistose assurdità e incongruenze del progetto, e della naturale reazione dei cittadini delle aree interessate dal tracciato, ma manca ancora il coraggio per effettuare una revisione radicale del concetto di corridoio e una chiarezza delle priorità e degli obiettivi del progetto, che dovrebbero essere legati alla realtà sopra ricordata. Bisogna prendere atto, come sosteniamo da tempo, che per un vero rilancio del trasporto ferroviario e intermodale occorre una nuova politica dei trasporti e una serie di interventi mirati e veloci per ottimizzare, modernizzare e riutilizzare la rete esistente, costruendo una quantità limitata di nuove tratte (tra cui probabilmente il raddoppio della Udine-Cervignano, il rafforzamento del tratto Bivio San Polo-Monfalcone-Bivio Aurisina e il breve collegamento tra Trieste e Capodistria-Koper.
E qui si pone una nuova domanda: se è vero che il governo della Slovenia si oppone ad un collegamento ferroviario diretto tra i due porti perché non gradisce la possibilità che dei treni merci provenienti dal porto di Trieste utilizzino la nuova linea Koper-Divača per immettersi nella rete slovena in direzione di Ljubljana, come vengono giustificati i contributi dell’Unione Europea alla costruzione della stessa linea Koper-Divača, che non è affatto “transfrontaliera” e “non deve” esserlo?

Legambiente Friuli-Venezia Giulia, Legambiente Trieste

Aggiungo alcune considerazioni dopo aver sentito le relazioni dell’incontro del 28 giugno 2010: 1) continua a regnare tra i politici, i giornalisti e gli amministratori pubblici una sovrana confusione – dovuta a mancanza di conoscenza e superficialità o anche a calcolo politico – sul fatto che l’Alta Velocità serve a trasportare passeggeri e non merci, per cui non è quello che serve per portare merci dal porto di Trieste verso la pianura padana o verso l’Ungheria. Gli slogan dell'”era Illy” vengono smentiti dalla realtà, in nessun tratto già realizzato in Italia della cosiddetta Alta Velocità/Alta Capacità vengono trasportate merci, tanto meno sulle altre nuove tratte ad Alta Velocità del corridoio 5 già realizzate in Spagna e Francia. Il “modello” AV/AC è stato “venduto” agli italiani promettendo il trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia, ma i problemi sono ben diversi ( e lo sanno benissimo gli esperti di logistica e gli ingegneri ferroviari). Questa forzatura e vera e propria falsificazione della realtà è però ancora molto popolare – come abbiamo visto – tra politici, giornalisti ed amministratori pubblici, e probabilmente non molti tecnici sono disposti ad andare contro corrente e a mettere i crisi progetti approvati ufficialmente dall’Unione Europea, da due governi nazionali (Italia e Slovenia) e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia. Nonostante ciò, il primo folle progetto Trieste-Divaccia è stato cancellato: ora tocca al prossimo…

Emergenze e commissari (per le grandi opere): un articolo di Sauro Turroni e un invito a riflettere e a ripensarci

aprile 25, 2010

Sul sito di Edoardo Salzano Eddyburg, il 5 marzo 2010 l’urbanista Sauro Turroni ha scritto un contributo dal titolo Sull’eterna emergenza sempre tutti d’accordo, con riferimento allo scandalo che ha coinvolto la Protezione Civile proprio in relazione alla mancanza di regole e garanzie per gli appalti delle grandi opere. Visto che l’entusiasmo per i commissari straordinari persiste e contagia tutte le forze politiche, e quindi sembra che non si voglia imparare dagli errori commessi, riportiamo di seguito l’intero articolo di Turroni.
(Sottotitolo di Eddyburgh: Un commento su chi si scandalizza oggi per lo sfruttamento del concetto (e delle pratiche) dell’emergenza ma non si è mai opposto quando avebbe potuto).

Per 9 anni hanno accettato. solo ora si accorgono che non va bene? cosa è cambiato?
Gli interventi straordinari ed emergenziali sono una vecchia “malattia” del nostro paese, generalmente hanno provocato guai, ma l’incapacità di programmare per tempo opere secondo la loro effettiva necessità, di ben progettarle nonché di appaltarle secondo regole rigorose sembrano essere una costante, indipendentemente dai governi e dalle circostanze.
Le ultime vicende che hanno coinvolto la Protezione Civile rientrano pienamente nel filone sopra individuato e sorprende che tanti immemori esponenti politici e commentatori scoprano solo ora i guasti insiti nell’operare con procedure emergenziali per i c.d. grandi eventi fuori dall’emergenza. I meno giovani ricorderanno i fasti delle Colombiane o dei Mondiali di calcio : la catastrofe di questi due eventi segnò un’epoca nel nostro paese. Incompiute, soldi buttati, affari poco chiari , tangenti e così via.
Il successivo grande evento costituito dal Giubileo del 2000, dentro e fuori Roma, previde ancora una volta che gli interventi venissero realizzati da strutture commissariali ma la loro realizzazione venne ancorata alla recente legge sugli appalti, la Merloni, che il Parlamento aveva varato 2 anni prima sotto l’effetto di tangentopoli.
In tutti i casi, come nelle altre circostanze simili, vedi i giochi del Mediterraneo o il G7 di Napoli, si rendevano necessari leggi e decreti , gli eventi richiedevano il passaggio parlamentare che spesso aggiungeva al provvedimento in esame i così detti “vagoncini”, cioè altri interventi per accontentare questo o quello.
Troppe regole, troppi lacci e lacciuoli, troppi controlli per fare comunque cose su cui tutti , in fondo erano d’accordo. A parte qualche irriducibile Verde, ma si sa, i Verdi sono contro il progresso!
Quando nel 2001 il secondo governo Berlusconi si affaccia sulla scena affronta di petto la questione grandi opere e la questione grandi eventi. Per le prime vara la legge “obiettivo” con la sua ben congegnata sequenza di possibilità di superare vincoli burocratici, ridurre tempi, bypassare la Valutazione di Impatto Ambientale , per i secondi interviene in fase di conversione sul decreto legge sulla protezione civile, emanato nel settembre del 2001 per eliminare l’agenzia voluta dal governo Prodi e ricondurre il dipartimento sotto la Presidenza del Consiglio.
Infatti al Senato il Governo presentò un emendamento che, con il comma 5 dell’art. 5 bis, stabiliva che la protezione civile si sarebbe dovuta occupare di grandi eventi, attraverso le procedure straordinarie ad essa attribuite per le emergenze.
Nessuno obiettò nulla, tutto il dibattito parlamentare si concentrò sullo smantellamento della Agenzia e sul fatto che si riportava la PC alla Presidenza del Consiglio e anche sul “leso federalismo” che il provvedimento provocava. Anzi vi fu un autorevole senatore del PDS che salutò favorevolmente la norma dicendo che essa determinava una razionalizzazione generale.
Era proprio vero, ma non nel senso che aveva ispirato la dichiarazione di quel senatore: non era più necessaria nessuna legge per fare grandi eventi, bastava definire appunto come tale un accadimento tramite una ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri ed ecco che tutto era fattibile con procedure accelerate e straordinarie. La protezione civile, organo tecnico dello Stato, era ed è chiamata ad eseguire quello che il Presidente del Consiglio stabilisce sia un grande evento.
Negli anni, circa 9, si sono susseguiti governi di centrodestra e centrosinistra e tutti, chi più chi meno hanno fatto ricorso a quel tipo di ordinanze, con i soli e soliti Verdi a dire che la cosa non andava bene, ma, come si diceva sopra, loro sono sempre contro il progresso ! Nel tempo il concetto di “evento” si è dilatato , così come quello di calamità o di pericolo per l’incolumità pubblica : ed ecco che a livello locale tutti hanno cominciato a premere perché questa o quella opera rientrasse nel novero di quelle che si potevano fare con le procedure straordinarie, anche se i finanziamenti derivavano da altre fonti. Come non ricordare che il passante di Mestre ha goduto delle procedure emergenziali, così come è successo per la tribuna dell’autodromo di Imola o per l’esposizione delle reliquie di un qualche Santo o ancora per i giochi del Mediterraneo o per i mondiali di nuoto di Roma, così come è avvenuto per il G8 alla Maddalena.
Non mi risulta che tali decisioni siano state contrastate dai tanti che ora si sono improvvisamente svegliati. Il comma 5 dell’art.5 bis, è stato utilizzato per 9 anni per fare di tutto, senza che nessuno ne chiedesse la soppressione.
É tanto vero che tutti (fatti salvi i soliti Verdi, contro il progresso) erano d’accordo con il 5 bis, comma 5, che durante il governo Prodi nè il ministro ai lavori pubblici Di Pietro, nè il ministro allo sviluppo economico Bersani, nè il ministro ai trasporti Bianchi nè il ministro all’ambiente Pecoraro Scanio mai si sognarono di metterlo in discussione e di proporne l’eliminazione. Se si ha la pazienza di controllare sulle agenzie di stampa si potranno trovare di volta in volta molti insospettabili personaggi, oggi in prima linea nel condannare le procedure emergenziali, plaudenti alle decisioni di utilizzare il comma 5 del 5bis per un’opera che stava loro a cuore.
Il comportamento del PD e dell’IdV è del resto comprensibile: entrambi i partiti erano (e sono) favorevoli nei fatti a procedure accelerate che consentano la rapida realizzazione di opere, basti pensare che Di Pietro ministro impedì di ricondurre le opere definite strategiche nell’alveo della VIA ordinaria, come richiesto dalla Commissione Europea, a cui sono di fatto sottratte dalla cosiddetta legge obbiettivo, da lui stesso difesa e mantenuta in vita.
Nell’esame del decreto in discussione ora si sono concentrati tutti sulla c.d. protezione civile spa e la battaglia in Parlamento e fuori ha riguardato l’art. 16 (e anche gli arbitrati).
Il Dipartimento della P.C., come qualunque organo tecnico dello Stato, doveva mettere in atto quello che la legge e il Presidente del Consiglio decidevano e gli andrebbe contestata, semmai, una supposta mancata osservanza dei doveri di controllo che la legge gli impone, non facendo il polverone attuale in cui nessuno capisce bene quali sono i ruoli e le responsabilità.
Se si voleva invece fare una seria battaglia politica essa doveva essere condotta contro l’articolo 5 bis, comma 5 della legge 401/2001, che Berlusconi ha voluto, contenuto in una legge su cui le opposizioni hanno fatto a suo tempo una battagliucola parlamentare di facciata, mai intervenendo per abolirlo anzi mantenendolo e utilizzandolo tranquillamente quando sono state al governo.
Solo ora, molto tardivamente , si accorgono del meccanismo riguardante i grandi eventi ma hanno fatto la battaglia su “protezione spa”, ben attenti a non attirare troppo l’attenzione sulla norma di cui si è fatto eccessivo uso con l’assenso e il gradimento di tutti (a parte, come detto più volte, qualche Verde oscurantista). Non vorrai mica che la tolgano!

L’autore è stato Presidente della commissione Ambiente e territorio della Camera dei deputati e senatore per i Verdi.

Fat, ugly, slow, expensive and dangerous … : pubblicato un nuovo studio sull’impatto del trasporto merci su strada

febbraio 13, 2009

il nuovo camion della ditta Lago

il nuovo camion della ditta Lago


Una ditta italiana che produce mobili design di qualità, la ditta Lago della provincia di Padova, ha scritto sul suo novo camion per il trasporto dei mobili “DON’T BE LIKE ME. I’M FAT, UGLY, SLOW, EXPENSIVE AND DANGEROUS. USE BICYCLES OR PUBLIC TRANSPORT. PRESERVE YOUR LANDSPACE“. Si tratta solo di una trovata pubblicitaria o e’ un segnale in favore di nuovi stili di vita che – prima o poi – dovremo tutti impegnarci a realizzare? Le foto pubblicate su flickr ci fanno pensare alle possibilità d’azione da parte di imprenditori “illuminati”.
L’altra novità e’ la recentissima pubblicazione dello studio “Are trucks taking their toll? (Ma i camion pagano il loro pedaggio?) The environmental, safety and congestion impacts of lorries in the EU (L’impatto ambientale, di sicurezza e congestione dei camion nell’UE)”. Lo studio e’ opera del centro di ricerca specializzato CE Delft ed e’ stato commissionato da T&E, the European Federation for Transport and Environment.
Lo studio ha rilevato che i camion sono responsabili del 20% della congestione stradale nell’UE, pur rappresentando solo il 3% dei veicoli stradali. Per kilometro percorso, i camion sono responsabili del doppio delle morti causate in incidenti stradali dalle automobili. Dall’analisi delle tasse e imposte pagate dai camion risulta inoltre che esse coprono solo i costi infrastrutturali (circa il 50% del totale), ma non coprono i costi esterni (congestione, inquinamento dell’aria, rumore, incidenti). Per questi motivi T&E chiede che l’UE modifichi l’attuale normativa e che l’Eurovignetta copra anche i costi esterni.
quote percentuali dei costi causati dai camion nell'UE

quote percentuali dei costi causati dai camion nell'UE

Dalla caccia alle streghe (gli ambientalisti cattivi) a un clamoroso autogol: la strana vicenda dei “Costi del Non Fare”

gennaio 27, 2009

Da qualche tempo (ma con un’accelerazione dopo le ultime elezioni) tutti i media italiani riportano la cifra di 251 miliardi di euro, che corrisponde al danno complessivo causato da tutti quelli che (ambientalisti, comitati, burocrati, …) tra il 2005 e il 2020 (!) stanno impedendo o hanno impedito la realizzazione di: centrali a carbone, centrali a gas, reti di trasmissione, terminali di rigassificazione, termovalorizzatori, impianti di compostaggio, tangenziali e autostrade, ferrovie ad alta velocità. Vediamo che dall’elenco mancano solo le centrali nucleari, forse perché si suppone che i tempi di realizzazione superino il 2020…
In particolare il settimanale Panorama ha dato ampio spazio a queste cifre, in un articolo di 9 pagine (!) uscito l’11 dicembre 2008, intitolato “La CASTA del NO. Blocca le grandi opere con i cortei, la burocrazia, i cavilli, le carte bollate. E’ il partito trasversale della paralisi: non risponde mai del suo ostruzionismo e ci costa ogni anno miliardi di euro. Ne fanno parte politici, comunità locali, no global, manager… “.
Una volta chiarito chi è il nemico dell’interesse pubblico, che sta creando per tutti un danno di “251 miliardi da oggi al 2020”, ci resta la curiosità di vedere chi ha effettuato questi calcoli, per cui nel 2005-2007 tante opere hanno dato grandi benefici (72 miliardi + 20 miliardi di euro) perchè sono state fatte, mentre se non fossero state fatte avremmo avuto un costo “del non fare” pari a 63 miliardi di euro.
L’ente che ha prodotto questi studi è un’azienda privata, Agici-Finanza d’Impresa, creatura del prof. Andrea Gilardoni, docente di Economia e gestione delle imprese alla Bocconi, che con un gruppo di collaboratori compila dal 2006 lo studio annuale intitolato “I costi del non fare”. L’Agici è anche editore della rivista specializzata “Management delle Utilities”; nel 2008 solo gli abbonati a questa rivista potevano richiedere la sintesi dello studio. (*)
Se tutto dipendesse dal prof. Gilardoni, non avremmo nessun mezzo per verificare la validità dei suoi calcoli, e – come “Panorama” e tutti gli altri media – dovremmo fidarci ciecamente della loro correttezza. Non potremmo però parlare di una valutazione scientifica, perchè la scienza è basata sulla possibilità di disporre dei dati di base di ogni studio o esperimento e di conoscere il metodo impiegato nella valutazione, in modo che ognuno possa rifare l’esperimento o il calcolo in questione.
Per fortuna, è accaduto che la Transpadana (comitato promotore della ferrovia ad alta velocità nell’Italia settentrionale) abbia commissionato ad Agici uno studio specifico sui costi del non fare relativo alla linea ferroviaria veloce Milano-Venezia (la cosiddetta Alta velocità / alta capacità).
Lo studio conferma la validità economica dell’investimento, per cui la Transpadana ha deciso di rendere pubblica una sintesi dello studio sul suo sito.
A questo punto un gruppo di ricercatori specializzati nei costi delle infrastrutture e nella valutazione costi-benefici, che fanno parte del Laboratorio TRASPOL del Politecnico di Milano, ha potuto esaminare lo studio, lo ha discusso in un seminario e lo ha brevemente analizzato sul sito di lavoce.info, esprimendo diverse critiche ed osservazioni.
La principale constatazione dell’ing. Raffaele Grimaldi e del prof. Marco Ponti è che l’Agici ha preso un grosso granchio nell’effettuare il calcolo dei benefici. Utilizzando uno studio del prof. Rémi Prud’Homme, economista francese molto critico nei confronti del progetto di alta velocità Lione-Torino proprio per la sua non convenienza economica, i ricercatori dell’Agici hanno valutato che “le voci più rilevanti di beneficio” del tratto Milano-Verona “sono costituite dal tempo risparmiato rispetto alla gomma”. L’economia di tempo sarebbe di 3.600.000 ore per i passeggeri e di 10.500.000 ore per le merci. “La valorizzazione, assunta in 30 €/h per il traffico affari, in 31 €/h per quello merci e in 10 €/h per il traffico per tempo libero, ammonta a 12,5 miliardi di €”. Ma – fanno notare Grimaldi e Ponti – Prud’Homme indica il valore del tempo per il trasporto merci in 31 €/h per l’intero carico di un camion, che è mediamente assunto in 15 tonnellate, il che porta al valore comunemente utilizzato in letteratura di 2,07 €/h per tonnellata, cioè un valore che è un quindicesimo di quello applicato dallo studio Agici!
Quindi, rifatti i calcoli, invece di un beneficio per il tempo risparmiato grazie alla ferrovia di 12 miliardi di € per il tratto Milano-Verona e di 21 miliardi di € per il tratto Verona-Padova, avremo un beneficio rispettivamente di 2,1 e 2,8 miliardi di €. Poiché si trattava proprio della “voce più importante” dei benefici, risulta che – corretto l’errore – i costi diventano ben maggiori dei benefici.
Il clamoroso errore commesso trasforma in positiva una valutazione economica in realtà del tutto negativa: un cattivo affare per Transpadana, che dovrebbe scegliere con più cura i suoi esperti, se, come sembra, non voleva limitarsi alla propaganda ma intendeva avvalersi di valutazioni scientifiche.
Finora né Agici, né il prof. Gilardoni hanno risposto alle osservazioni di Grimaldi e Ponti.
In assenza di repliche o diverse valutazioni, sembra ragionevole concludere che se anche gli altri studi sui “costi del non fare” (che però non sono pubblici) sono stati condotti con valutazioni errate o superficiali, tutta la caccia alle streghe contro i cattivi che bloccano le grandi opere perde parecchio della sua credibilità. A meno che questo “incidente di percorso” non porti anche gli imprenditori (e alla fine anche la pubblica amministrazione) alla necessaria imparzialità, trasparenza e scientificità delle valutazioni costi-benefici, insieme alla necessaria ampia partecipazione di cittadini, associazioni ed enti locali alle procedure di valutazione, strategica e non, sull’esempio dell’esperienza francese dell'”inchiesta pubblica”.
Resta poi viva una domanda basata sul buon senso prima che sulla valutazione scientifica: tutte le grandi o piccole opere proposte da un’impresa o da un politico sono veramente necessarie, e – soprattutto – con quale priorità devono essere realizzate, visto che in genere hanno bisogno di ingenti contributi pubblici (o per lo meno fanno grande uso di risorse pubbliche come aria, acqua, suolo, paesaggio …)?
Spetta agli esperti fornire gli elementi per poter valutare correttamente le priorità, ma spetta ai cittadini la decisione finale, con tutte le forme di partecipazione possibili (le grandi opere ferroviarie in Svizzera sono state approvate dai cittadini con ben tre referendum nazionali, uno sulla rete ferroviaria, uno sui tunnel alpini e uno sul finanziamento delle opere previste dai primi due).
Un’ultima osservazione: vista la qualità dell’informazione, forse “Panorama” non è tanto credibile …

(*) Un necessario aggiornamento: un recente articolo di Repubblica (26 gennaio 2009, Affari&Finanza) attribuisce la paternità dello studio sui “Costi del Non Fare” ad Alessandro Marangoni, “docente alla Bocconi nonche’ presidente di Althesys, società di consulenza strategica e finanziaria”. Dal sito di Althesis risulta che Marangoni “ha lasciato l’incarico di Amministratore Delegato di Agici Finanza d’Impresa, della quale e’ stato senior partner fin dall’avvio. Ha ideato e coordina l’Osservatorio sui Costi del Non Fare”. Mi sembra che la responsabilità del clamoroso errore sopra ricordato vada dunque equamente attribuita sia al prof. Gilardoni che al Marangoni (il cui nome, tra l’altro, non risulta sul sito della Bocconi). Restiamo in attesa di una loro risposta alla critica di lavoce.info (e, possibilmente, di una riflessione da parte di Transpadana sull’accaduto).

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Troppo caro il treno a levitazione magnetica in Baviera (Transrapid)

marzo 29, 2008

Transrapid  Il governo tedesco considera definitivamente chiuso il progetto di ferrovia a levitazione magnetica (Transrapid) che avrebbe dovuto collegare la città di Monaco di Baviera all’aereoporto a una velocità di circa 300 km/h su una distanza di 37 chilometri, da percorrere in 10 minuti (invece dei 25 minuti necessari con la ferrovia urbana). Il ministro federale tedesco dei trasporti Wolfgang Tiefensee ha motivato questa decisione con l’aumento dei costi di costruzione, da una stima iniziale dello studio di fattibilità di 1,85 miliardi di Euro alla previsione attuale di 3 miliardi, cifra che il governo tedesco e il Land della Baviera non si possono permettere. L’accordo tra Land e governo per la realizzazione del progetto risale al 2007 ed era basato sulla stima del 2002. Rispetto alle motivazioni contrarie di carattere ambientale (uso del territorio, rumore) e di tipo trasportistico (maggiore utilità e minor costo di un miglioramento della rete ferroviaria attuale) avanzate dal comune di Monaco e dalle associazioni ambientaliste, è stato decisivo il fattore costo, del resto denunciato come enorme spreco di denaro pubblico da tutti i contrari al progetto, che stavano lanciando un referendum popolare. I sostenitori del progetto (il governo regionale bavarese e le industrie produttrici, Siemens e ThyssenKrupp) sottolineavano l’importanza degli investimenti e della nuova tecnologia ed avevano attivato siti e comitati in appoggio al Transrapid. E’ la seconda volta che la Germania rinuncia a sviluppare questa tecnologia, applicata finora solamente in Cina, poichè anche per collegare meglio Berlino e Amburgo si è preferito ristrutturare la linea ferroviaria esistente, con buoni risultati di maggiore velocità e minori costi infrastrutturali.